Abbiamo tempo per qualsiasi cosa, per popolare i deserti, per abbattere le frontiere fra le nazioni, per scoprire i segreti dell’essenza delle nostre anime e dei nostri corpi, dell’aria che respiriamo e della terra che ci sostiene. C’è tempo per soggiogare le forze della natura, ma se vogliamo rivolgere l’attenzione alle bellezze della terra, non c’è un minuto da perdere, nel timore che che il flusso delle necessità umane si abbatta su di essa e la renda una prigione disperata; nel timore che l’uomo ha penato, ha lottato, ha vinto solo per rendere la propria esistenza più infelice.

Brano tratto da “Prospects of Architecture in Civilization” discorso tenuto da William Morris alla London Institution il 10 marzo 1881, pubblicato in italiano nell’antologia “Architettura e socialismo”, Laterza , Bari 1963 .

Il prossimo anno ricorreranno i centonovant’anni dalla nascita di William Morris. Lasciando da parte il valore del suo apporto al mondo dell’arte, il continuo ritorno e successo delle sue creazioni (qualche anno fa ad esempio la catena del tessile H&M utilizzò i disegni dei suoi famosi tessuti per capi di abbigliamento destinati ad una clientela giovane e le sue carte da parati continuano ad essere felicemente commercializzate) e le sue influenze e legami con movimenti come quello dei Preraffaeliti a cui Forlì dedicherà il prossimo anno una mostra nel Museo Civico di San Domenico, resta attuale come pungolo, oggi, il suo pensiero sociale.

La sua attività di decoratore raffinato, architetto, editore e scrittore si è accompagnata al fervore del polemista e rivoluzionario. I testi dei suoi discorsi sono evidenti ed energiche reazioni al degrado che la rivoluzione industriale aveva portato in Inghilterra: disumanizzazione nel lavoro, impoverimento spirituale, deturpamento delle città e del paesaggio. Mali che troviamo illustrati anche in suoi coetanei vittoriani come Dickens che non arrivarono però mai ad azzardare una rivoluzione. A molti sembra stonare il fatto che il socialista Morris, benestante per nascita e per rendita derivante anche da partecipazioni minerarie, si batta per il proletariato, ancora non lo chiamerà così, mentre produce per un ceto certo contrario alle sue idee politiche. Pur concedendo uno spazio di contraddizione va però colto che il suo intento di trasformare i meccanismi della produzione e del lavoro miravano a mostrare come un domani, nel mondo che aveva in mente (il Nowhere utopistico di un suo romanzo) anche la classe popolare poteva produrre e godere di beni prodotti con qualità, dotati di anima, apprezzandoli.

Il lavoro è uno dei grandi temi su cui Morris si spende. Donzelli ha pubblicato nel 2009 alcuni suoi discorsi in un piccolo volume dal titolo significativo di Lavoro utile fatica inutile. Bisogni e piaceri della vita, oltre il capitalismo. Il libro va riletto oggi con molto interesse perché dopo quasi un secolo e mezzo ci accorgiamo con mestizia che molte di quelle parole tese a ritrovare una modalità di lavoro edificante, costruttiva in senso lato e legata al piacere anziché alla pura animalesca fatica sono rimaste lettera morta:

In poche parole, l’idea che ogni lavoro sia buono in quanto tale è diventata per la morale moderna un articolo di fede – una credenza ben comoda per coloro che vivono grazie al lavoro degli altri.

[…]

E tuttavia, dobbiamo dire, in contrapposizione all’elogio ipocrita di qualsivoglia lavoro, a cui prima accennavo, che esistono alcuni tipi di lavoro i quali, lungi dall’essere una benedizione, sono piuttosto una disgrazia; che sarebbe meglio per la comunità e per il lavoratore che quest’ultimo incrociasse le braccia e rifiutasse di lavorare, e si lasciasse morire.

Se leggiamo già solo queste parole tratte da un discorso tenuto nel 1884 (Useful Work vs Honest Toil) ci accorgiamo che poco è cambiato dalla Rivoluzione industriale (o seconda Rivoluzione industriale) ad oggi, anni di quarta (?) Rivoluzione industriale. E’ cambiato così poco che troviamo echi di quelle lontane battaglie nel saggio di Francesca Coin, Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita, Einaudi, 2023. Un saggio molto interessante che è utile leggere dopo lunghi mesi in cui la stampa ha martellato con titoli quali: “Gli imprenditori non trovano lavoratori”, ecc. In apertura del libro Coin ci riporta curiosamente il fatto che l’espressione “nessuno vuole lavorare più” era già stata usata sulla stampa nel gennaio del 1860 nel Richmond Enquirer a proposito del dibattito sull’abolizione della schiavitù.

L’autrice cerca di far ordine su una situazione del mercato del lavoro minato da condizioni di profonda ingiustizia, o spesso logica malata, che fa perdere il lato umano della vita. Ha senso perdere legami familiari, vivere nel traffico, smarrirsi per il lavoro? Tra le pagine si fa spazio anche un invito ad una riscoperta di una vita contemplativa che, citando, va dalle parole del gauchista Jean-Luc Mélenchon sulla liceità del tempo libero e perso alla riflessione dell’antropologo sudcoreano Byung-Chul Han sulla necessità di imparare a fermarsi e resistere alla necessità costante di produrre e consumare.

Un invito, questo, antico quanto la nostra cultura (si specifica “cultura” e non “religione”). “Lavorerai per sei giorni, ma nel settimo giorno riposerai.” è scritto nell’Esodo fondando l’“invito” sul riposo divino del settimo giorno. La fondazione del tempo ebraica ha fissato sin dal principio un equilibrio tra il tempo della fatica ed il tempo del riposo, tra un tempo per l’uomo ed uno per Dio (che poi è un tempo per l’umanità vera, se si vuole). La letteratura e la riflessione in materia è sterminata dal momento che sono passati più di tremila anni da quando questa parola è stata affermata e poi meditata. Chiudiamo allora con il suggerimento di una lettura ulteriore, forse meno attuale e nota: Abraham Joshua Heschel, Il Sabato. Il suo significato per l’uomo moderno. Heschel, filosofo cresciuto nell’ortodossia ebraica dell’europa orientale, offre una profonda riflessione a tutti i lettori muovendo dalla convinzione secondo cui il giudaismo è una ricerca di risposta agli interrogativi ultimi di ogni uomo.

Lascia un commento

In voga