Ci sono parole e titoli che a volte si fissano in me che sto scrivendo in maniera indelebile. Tra questi ci sono le Variazioni Goldberg. Diciamo sin da subito e sinteticamente che le Variazioni Goldberg sono delle composizioni musicali di Johann Sebastian Bach. Ancor prima di ascoltarle ho subito una fascinazione dal solo titolo. Sarà per il nome Goldberg (montagna d’oro), tema da favola antica, sarà per il cognome ebraico che rimanda a quel mondo ashkenazita furiosamente cancellato e denso di profondità storica, sarà per l’accoppiata Variazioni-Goldberg che suona come una criptica formulazione matematica, magari mai risolta e dimostrata ma incredibilmente funzionante. Ancora prima di ascoltare queste composizioni, ripeto, erano già su un piedistallo. Non avendo la giusta preparazione musicale per parlarne si invita ad approfondire il tema cercando online. Suggerisco in prima istanza gli estratti video delle conferenze di Quirino Principe, musicologo e non solo.

(Thomas Bernhard)
Alle Variazioni Goldberg di associa un nome tra tutti, quello del pianista Glenn Gould. Musicista reale, Gould è anche il protagonista de Il soccombente di Thomas Bernhard, romanzo costruito sul racconto di una voce narrante, alter ego dell’autore, che ci mostra l’impatto che ha avuto nella propria vita e in quella del collega di studi Wertheimer, ambedue promettenti pianisti, l’incontro con il genio del pianoforte, il canadese Glenn Gould, appunto.
L’ascolto dell’esecuzione di Gould delle variazioni Goldberg al Mozarteum di Salisburgo, dove i tre si trovano a frequentare un corso di Vladimir Horowitz, da avvio al crollo delle carriere del narratore e di Wertheimer. La strana grazia e la superiorità del canadese, maniacalmente votato all’arte dell’esecuzione musicale al punto di rattrappirsi alla tastiera e trasfigurarsi per voler diventare un tutt’uno il suo stesso strumento, il suo Steinway, sminuiscono ogni sogno di affermazione dei compagni di corso. La distanza dalla perfezione apre a due strade diverse: la voce narrante oppone una remissiva desistenza, regalerà il suo prezioso pianoforte, si dirà che la musica non è la sua strada e scriverà di Gould, vorrà raccontarlo perché seguirlo sarebbe stato impossibile; Wertheimer invece patirà una progressiva disperazione, colto dal male dell’invidia, rivelato di fronte al suo limite. Wertheimer è il soccombente del titolo. Suicida, chiamerà col suo dramma la voce narrante al racconto. Lo scrivere di Gould che il narratore si era prefissato di fare resterà infruttuoso, inconcludente come la sua carriera promettente e mai andata oltre le premesse.
Abbiamo di fronte due modelli di reazione opposti all’invito alla prestazione massima, alla performance come si direbbe oggi che è causa acuta di malesseri nella società e nel lavoro: uno di chi fa un passo di lato e l’altro di chi fallisce. Quale valore fuori dall’eccellenza? La questione pone un invito interessante alla riflessione del lettore.

(Glenn Gould)
Se la morte prematura di Gould non fosse un dato di realtà che esula dalla finzione romanzesca quella di Bernhard potrebbe leggersi come una rappresentazione allegorica amara, umbratile, che può accomunarsi ad altre penne austriache da Roth ad Handke, dove si coglie il pensiero che niente è completamente libero dal tarlo della negatività. Tutto è decadente e volto alla corruzione. L’ambizione di eternità è lontana. Anche il genio muore e lascia il vuoto.





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