Nelle righe che seguiranno pur parlando di una piccola città che si vuol chiamare “Grande” e fregiarsi anche del titolo di “Atene delle Marche” è della provincia che parliamo. Nel gioco di periferia e centro, di grande e piccolo si giocano molti dei deliri, felici o tronfi, dei cittadini maceratesi, sconosciuti a tutti se non per rarissime eccezioni, legati ad una medietà che alcuni chiamano “aurea” e altri “mediocre”.

E’ per indole della Marca maceratese forse il non ostentare e quel minimo di discrezione si lega alla modestia o alla riservatezza. E infatti tra le Mura urbane non troviamo mai gioielli architettonici esuberanti che eccedano il senso della misura e che facciano chiasso per emergere. Muovendosi in centro uno svago singolare per dei passeggiatori perdigiorno, o chiamiamoli flaneur, se vogliamo tornare a legarci a degli altrove ben più pomposi, è quello di sbirciare dalla strada verso i soffitti delle case che si lasciano mostrare meglio dal tardo pomeriggio quando la luce del sole è ormai più fioca di quelle delle stanze. Emergeranno spesso dei bei soffitti in camorcanna dipinti secondo un uso molto più nobile di quello che la linearità delle case in laterizio lascia intendere. E allora, proseguendo oltre, si può solo pensare per illazioni e fantasie a quello che ancor più prezioso potrebbe essere celato in quelle case.

Carlo Bo, marchigiano d’adozione ed elezione, e alle cui meravigliose pagine di Città dell’anima è sempre il caso di rimandare quando si voglia rinfocolare un po’ di amor di campanile, ebbe a dire che forse prodigio maggiore del giovane Giacomo fu suo padre Monaldo Leopardi che in un piccolo borgo collinare dello Stato Pontificio allestì una magnifica biblioteca, esagerata per luoghi come Recanati agli inizi dell’Ottocento, da destinare anche alla libera fruizione di amici e compaesani che sapessero leggere. Dietro le mura del paterno ostello migliaia di volumi fermentarono nella mente di un bambino che senza freno ammonticchiò altre migliaia di pagine e lettere da indirizzare a uditori futuri, amici e maestri per l’Italia.

Da sinistra a destra Walter Piacesi, Goffredo Giachini e Rolando Sensini

Certi vizi di grandezza e collezionismo carsicamente riemergono e, come lo storia insegna, non lo fanno per semplice calco. Lasciando da parte altre meraviglie minori dell’accumulo, accumuli dimessi e pieni di cura come quelli di una civiltà contadina che dalle case rurali si trasferiscono nei garage mano a mano che la mezzadria scompare e sempre più famiglie si ritirano dalla terra, inurbano o “impaésano”, troviamo di tanto in tanto accumuli da Wunderkammern dove meno te li aspetti. Storia curiosa è quella legata al personaggio di Rolando Sensini, ormai dispersa. Noto come “Il commendatore” e treiese di nascita era un uomo noto negli anni ‘80 a Macerata. Gestiva la Galleria del Corso, in fondo al Corso della Repubblica, una piccola galleria d’arte negli ex locali della Sacrestia di San Filippo. Ospitava artisti locali, mostre collettive e raccoglieva un cenacolo di amici e sodali con cui Sensini condivideva passione artistica, letteraria, si dilettava di poesia, e gusto per la convivialità. Se ci si immagina quale possa essere il luogo più ovvio per delle preziose raccolte legate a Sensini verrebbe naturale pensare a quella Galleria come spazio appropriato e non può si certo supporre che in realtà il tesoro del commendatore era custodito in una palazzina popolare degli anni tra ‘60 e ‘70 come mille se ne possono trovare. Il luogo è Viale Indipendenza, 65, dove Sensini abitava. Il piano non mi è noto. L’edificio non evoca particolari suggestioni, è anonimo e certo non di pregio. Chi scrive non ha alcuna intenzione di umiliare il luogo dal momento che è nato e vissuto in un condominio fatto quasi in fotocopia. Lì gli interessi di Sensini prendevano la forma di collezioni di monete, francobolli, carte antiche e pergamene, disegni e stampe, orologi, fossili, reperti di scavo (patrimonio per lo più conservato presso l’Accademia Georgica di Treia dopo la morte), un patrimonio che saturava l’appartamento a cui, cosa ancor più originale, andava ad aggiungersi la collezione di circa 15.000 autografi. Autografi da politici, militari, registi, scienziati, artisti, industriali, astronauti… raccolti attraverso altre carte, cortesi lettere di richiesta che partivano da Viale Indipendenza per tutto il mondo e che tornavano in un via vai di corrispondenze epistolari nutritissime. Nel salotto/studio del Commendator Sensini accorrevano attraverso il nome vergato a mano, e quindi per metonimia, le più varie personalità del mondo.

Viale Indipendenza, 65 a Macerata

Ho scoperto per caso la realtà della collezione di autografi e cartoline autografate di Sensini, ormai dispersa e riapparsa per brandelli negli oggetti offerti dalle case d’asta o in siti di commercio elettronico. Le ho scoperte quando lo squilibrio mentale dei mesi del Covid stuzzicarono il vizio lusinghiero del desiderio del bello, del prezioso. Allo scrivente è sempre piaciuto pensarsi pregiato collezionista pur nel difetto di tre caratteristiche essenziali: la prima la meticolosità, la seconda una disponibilità del giusto spazio e la terza, per parlare latino-americano, last but not least: pecunia!

Comunque da una rapida ricerca online sulle carte disperse di Sensini emergono i nomi di: Akira Kurosawa, Mel Brooks, Jan Le Witt, Enrico d’Orleans, Manuel Noriega, Santiago Carrillo, David Rockefeller, Julio Maria Sanguinetti, Edoardo Anton Antonelli, Nino Benvenuti, Archibald Joseph Cronin, Aniela Rubinstein, i Nobel Emilio Segre, Robert Hofstadter, Charles H. Townes, Samuel C. C. Ting, Burton Richter, Robert Woodrow Wilson, Abdus Salam, Burton Richter, Abdus Salam, Val Fitch, Kai Siegbahn, Georg Bednorz, Leon Lederman, Glenn T. Seaborg, Melvin Calvin, George Porter, Ilya Prigogine, Herbert C. Brown e Frederick Sanger poi Ava Gardner, Mario Puzo, Ylia Ehrenburg, Shimon Peres, Edda Mussolini Ciano, Zenko Suzuki, Mario Cuomo, Katharine Houghton Hepburn, Eugenio Montale che confida di non poterlo aiutare con una carta autografa di Italo Svevo, Lew Allen, George Roy Hill,Patrick White, Neil Armstrong ed i colleghi Rick Hauck, Richard Covey, George Nelson, Tamara Jerningan, David Hilmers, Richard Truly, Vladimir Lyakhow, Aleksandr Laveykin, migliaia di nomi convocati con una febbrilità di scrittura di inviti, forse due o tre a giorno per vent’anni. Nomi celeberrimi o poco noti ma comunque insieme raccolta di storie di un Secolo da qualcuno chiamato “Breve” e che, ironia della sorte, inizia a chiudersi con la caduta del Muro di Berlino del 1989, anno della morte del Commendator Sensini e, forse, di una città che ancora voleva essere capoluogo.

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