Ho un ricordo di molti anni fa, di quando forse era ancora usuale il riprendere in mano vecchie foto in compagnia, di un amico dei miei genitori che si rifiutava di stare in soggiorno a vedere le varie immagini con le incerte didascalie verbali “Qui eravamo a…”, “Questo era quello…”. Le vecchie foto gli mettevano tristezza. Col passare del tempo e nuova maturità condividendo o meno l’attitudine dell’amico ormai anziano ne comprendo però il colore vago che va dalla tristezza alla malinconia e nostalgia. Mi è più vicina quella sensazione della gioia chiassosa delle mie figlie che cercano le foto di “quando erano piccole”. Già solo due anni fa è una distanza sufficiente. Lo sguardo ai giorni andati è molto simile a quello interiore. Quei tempi passati sono sempre lì, scremati e conservati. Niente è perso di ciò che apparentemente è scorso.  Naturalmente questo è anche lo spazio della poesia lirica che d’altra parte non può temere e anzi gioca con le colorazioni della nostalgia, della speranza, del ricordo, della promessa, entusiasmo e quiete apparente. Gioca sulla linea del tempo perché, riprendendo una parola di Remo Pagnanelli, giovane poeta maceratese morto suicida:


Se sapremo rivivificare il passato, il futuro, che pare fosco, sarà un affare che ci competerà.


Portatori d’acqua ci offre con Manoscritto domestico (2022) una serie di brevi prose poetiche di Eugenio De Signoribus (Cupra Marittima, 1947) che ci conducono lungo la linea del tempo. Scene d’infanzia, tratti di storia familiare (che siano inventati o meno poco ci importa) che hanno la grande forza di riportare con la suggestione a scene parallelamente vissute da ognuno di noi. Ci conduce in case umili con mobilio che la mia generazione si è affrettata a parcheggiare nelle cantine, sempre che non le abbia buttate via insieme ai vecchi lampadari e gli inutili e chiassosi soprammobili che hanno simboleggiato l’emancipazione dai lumi delle case coloniche. Ci porta in quella provincia media delle Marche centro-meridionali che s’affaccia verso la costa. Troviamo i piccoli paesi, la fatica del lavoro, la sonnolenza del meriggio quando nelle villeggiature estive c’era assolutamente da ripararsi e starsene quieti. Troviamo lo schiamazzo dei ragazzini, i calci dietro al pallone, la gelosia e l’impaccio per le ragazze. Scene da un Amarcord lontano dalle luci riminesi, più dimesso giù per la costa dell’Adriatico. Le prose di De Signoribus offrono un invito ad entrare nelle parole del poeta, aiutano a rallentare la lettura di chi ha poca dimestichezza col verso e magari la tentazione della scorsa rapida e diagonale sulla pagina fitta. Sono offerte a tutti per quanto personali ed intime perché illuminano rapporti veri nella loro nuda semplicità, quelli di padri e figli, di amici distanti…. Il titolo della raccolta potrebbe suggerire la natura di un diario gelosamente custodito, di un messaggio tenuto in attesa di essere lasciato ai cari. Il tema domestico è centrale, luogo di decoro e negli anni anche di memoria segreta di traumi e dolore. Luogo caro ma anche di violenza e ruvidità, di malattia e morte, quando ancora sofferenza e cura erano segregate entro le mura di una casa.

Non si può dimenticare per vicinanza la raccolta Case perdute, che precede di molti anni (I ed. 1986, II ed. 1989) e che accompagna Manoscritto domestico nel 2022, con una revisione della sua struttura tale da farne un libro nuovo edito da Giometti & Antonello, con al centro sempre la casa, rifugio e antro a cui ci si appiglia turbati dalla confusione esterna che presagisce la scomparsa del proprio posto. Raccolta, tra l’altro, dedicata a quel Remo Pagnanelli sopra citato.

IV

e questa è la stanza buona

da abitare la domenica!

oltre quelle finestre

chiuse coi loro tarli tenaci

non c’è beltà che tenga

non c’è sirena

(dubito? affermo?

chi vuoi si prenda pena

dei miei flussi d’amore?)

ma sì, che resti questo odore

di buio canforato

denso come cent’anni

di respiri non dispersi

(che anno fu quell’anno

che fece tanta neve?)

V

qui, non visto, potrò stare

sopra la folla meccanica

nell’avantindietro senza sosta

àugure dal corpo d’uccello

e all’accommiatarsi d’ogni dì feroce

io senza sosta potrò prendermi la notte

e studiarne i buchi neri del consistere

in attesa di segnali luminosi

[…]

Le Marche sono ancora un’isola di poesia nel cuore dell’Italia, come scrisse Carlo Bo? C’è ancora quel “vizio” di starsene chiusi, di amare il piccolo, il paesello e da lì scrutare?

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