Il 22 marzo sul Corriere della Sera è apparso un articolo firmato dal fisico e scrittore Carlo Rovelli e dal teologo e astronomo Giuseppe Tanzanella-Nitti dal titolo “Universo, un disegno poco intelligente: la scienza non può dimostrare l’esistenza di Dio”. Il solo fatto di aver firmato congiuntamente l’articolo è segno di un’intesa di fondo. Il luogo classico dell’attrito tra un credente ed un ateo, cioè l’esistenza di Dio a partire dai dati della scienza, è qui quello di una stretta di mano in cui nessuno rinuncia alla propria identità con l’umiltà di vedere la risposta ultima come al di sopra delle loro spiegazioni. Un tono certamente più accomodante di pensatori magari di maggior visibilità pubblica, spesso anche simpatici nella loro ironia ma difficili al dialogo nella loro supponenza, che col fare del famoso re dal palazzo di Belli ci dicono schiettamente, parafrasando: “Io so’ io e voi non capite un …”

Ad una prima lettura l’articolo sembra voler sconfessare il Principio Antropico di Barrow e Tipler (Adelphi, 2002), teoria scientifica che apre al credente una grandiosa possibilità di scorgere nel cosmo il segno di un Creatore. Come lo stesso Tanzanella Nitti scrive a riguardo in Principio antropico, in A. Tarantino, E. Sgreccia (edd.), Enciclopedia di Bioetica e Scienze Giuridiche, vol. 10, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2016, pp. 603-610, esso “rappresenta il primo tentativo, sorto dall’interno della cosmologia e con l’importante contributo della biologia, di impiegare la posizione dell’osservatore come elemento significativo per lo studio dell’universo, ovvero per interpretare la sia storia passata o leggere quella futura, restituendo così all’uomo un ruolo centrale nella descrizione scientifica del cosmo e della sua evoluzione.” Il Principio antropico muovo principalmente da un’osservazione in natura, ovvero una serie di “coincidenze” che legano fisica e chimica e che hanno reso possibile la nascita della vita. La nascita della vita intelligente non sarebbe un caso ma l’Universo deve prevedere la sua comparsa come osservatore ad un dato stadio della sua esistenza (nella cosiddetta formulazione del “Principio antropico forte” di Carter del 1974).

Nell’articolo, come d’altra parte nella riflessione che in precedenza il teologo ha fatto a partire da questa teoria, si mette bene in guardia dal mescolare insieme dati di scienza e dati di fede per riuscire a giungere all’agognata dimostrazione di Dio. Lo si dice chiaramente: “cercare prove per la verità della Fede nella scienza è una sciocchezza.”

Questo disegno intelligente, deliberato e mosso da un Dio personale non è dimostrabile. L’esistenza di costanti finissimamente regolate che hanno permesso di arrivare fino a noi ci stupisce ma l’universo sarebbe potuto esserci comunque molto diverso e senza di noi. Certo, la cosa non è irrilevante per chi, come noi, c’è. Una cosa di fondo rimane comune, per credenti e non: la realtà fuori di noi e data. Il come ci relazioniamo alla realtà ci riguarda, è campo di studio, di scelta, di etica. Siamo principio, forse, e al tempo stesso poca cosa che si relazione e che necessariamente parte da condizioni esterne, da storia pregressa che è sia naturale che sociale e culturale. Non potremo mai essere fuori da un contesto di condizionamenti segnati, costituzionalmente, da un limite. Il nostro frutto è nella risposta. Partire da dove si è come direbbe Martin Buber ne il suo Il cammino dell’uomo e realizzare in base a ciò che questa storia ci ha affidato (li vogliamo chiamare i talenti della parabola del Vangelo di Matteo?) è l’unica possibilità concreta. Percepirci in fondo ad una catena, ad una storia che si è sviluppata (non la sola possibile) per raggiungerci potrebbe essere sempre nuovo motivo di stupore ma anche di umiltà nella cognizione che gran parte di quello che siamo non dipende da noi e che ogni scelta (rivoluzionare i nostri usi, rivedere posizioni religiose, prendere nuove strade, rinnegare o abbracciare) parte sempre da una realtà data.

La sana tentazione di salire a comprendere il tutto e togliere il velo che ci copre gli occhi non cesserà mai. Come la lotta giocosa di un infante contro il padre non porterà mai alla sconfitta del primo anche questi nostri tentativi ci conducono a legarci sempre di più al reale e ci, perché no?, divertono. Fede e Scienza sono giochi meravigliosi apparsi in fondo a questa lunga catena di storia. Che ci vengano lasciati! Così come l’arte, il pensiero e le grandi passioni ci fanno stare al mondo in un corpo ed una mente. L’ironia di uno Stephen Hawking, limitato drasticamente nella sua fisicità e da molti pensato come solo pensiero razionale “tolto” da un corpo ce lo riafferma.

Si parlino e non si accavallino Fede e Scienza, si tolgano a vicenda la pula. Resista la prima a usare la seconda per far quadrare il tutto perché nel suo campo 2+2 non fa sempre 4. E non sia la Scienza a volersi far sola via per stare al mondo. Condividiamo le parole finali dell’articolo di Rovelli e Tanzanella-Nitti:

E’ la sciocca commistione di religione e scienza, che qui critichiamo, da scienziato e da teologo. Ci sembra tradisca tanto la razionalità scientifica, quanto la profondità e la ricchezza dell’esperienza religiosa.

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