Caro lettore, stai attento! Se cerchi competenza e approfondimento potresti restare deluso. Trovi in questa pseudo rubrica solo la compagnia nella lettura (e gli umori) di un tuo collega che di tanto in tanto resta eccessivamente superficiale. Chi scrive è passato abbastanza veloce su queste due raccolte giovanili (Luna di fronte e Quaderno di San Martin) dove Borges torna, o resta, sui temi orgogliosamente argentini di strade, pampa, Sud, il quartiere, la morte. Parole semplici e forse svilenti ma che con arte delineano un mondo in cui sembriamo muoverci sempre più familiarmente. Va tenuto a mente che queste raccolte in cui il tema è la vita argentina, di Buenos Aires, vengono pubblicate al ritorno dall’Europa dove Borges era andato a vivere quindicenne con la famiglia e da dove ritorna a ventidue anni. Il ritorno al proprio paese magari vagheggiato da lontano è carico di un’elaborazione prima sentimentale e poi artistica ancor prima che documentale.

Caro lettore, io ho trattenuto poco a mente forse per una lettura troppo rapida di chi, messosi in testa di rileggere tutto da capo con ordine, ha sofferto in molte pagine la fretta di bruciare il tempo per arrivare ai capolavori. Attraverso ogni pagina però resta la sensazione che il mondo di Borges inizi a complicarsi. Sarebbe più opportuno dire forse che lui inizi a complicarlo a noi con i suoi intrecci e rimandi che lo fanno, come noi lo apprezziamo, enciclopedico. Resta anche la sensazione già provata della irreale maturità dello scrittore come se la scrittura (e la lettura) gli avesse dato la possibilità di andare anche avanti nel tempo, alla fine della sua esistenza.

La si prova con chiarezza leggendo la poesia La mia vita intera:

Qui un’altra volta, le labbra memorabili, unico e simile a voi.

Ho perseverato nell’avvicinarmi alla felicità e all’intimità della pena.

Ho attraversato il mare.

Ho conosciuto molte terre; ho visto una donna e due o tre uomini.

Ho amato una ragazza altera e bianca e di una ispanica quiete.

Ho visto un sobborgo infinito dove si compie un’insaziata immortalità di tramonti.

Ho assaporato numerose parole.

Credo profondamente che questo sia tutto e che non vedrò ne eseguirò cose nuova.

Credo che le mie giornate e le mie notti eguaglino in povertà e ricchezza quelle di Dio e quelle di tutti gli uomini.

Saltando in avanti, all’Evaristo Carriego è d’uopo confessare di aver saltato qualche passaggio, sorvolato e, spesso, sofferto. Sono nella compagnia deprecabile di chi ha scartato gli approfondimenti marinari di Melville, la decorazione di un antico portale in Eco o ha alzato bandiera bianca rassegnato nel Finnegans Wake. Tra chi legge qualcuno confesserà. Ora, su, chi non lo ha mai fatto? Se anche ad esser sinceri si può confessare di mal tollerare di tanto in tanto l’insistenza del proprio figlio petulante (e chi provi a tacciarmi di essere un genitore snaturato è un ipocrita) allora nessuna colpa ad ammettere di annoiarsi con delle pagine stampate. Qui, nell’Evaristo Carriego, capita perché il tema non mi coinvolge. Mi affascina e mette in difficoltà al tempo stesso però la natura del libro che non si capisce (e quante volte in Borges!) se sia finzione o se abbiamo di fronte una vera biografia o una critica letteraria. Evaristo Carriego è un poeta nato sedici anni prima di Borges e morto a neanche trent’anni attraverso cui il nostro autore scende nella vita anche più aspra del suo paese, della sua città e del suo barrio (Palermo) tra gauchos, coltelli e bordelli.

Mi sono appuntato il capitolo X del libro come molto interessante. Il titolo è “Prefazione a una edizione delle poesie complete di Evaristo Carriego”. Una prefazione evidentemente mai pubblicata ma un esercizio di sintesi mirabile messo in mezzo al libro. Nel brevissimo capitolo trovo quello che rende divertente Borges perché chiama ad allargare sempre il discorso, nel suo gioco di citazioni e rimandi. Troviamo in una stessa pagina, mentre si parla delle poesie di un ignoto poeta argentino che mai attraverserà per fama la propria città se non solo attraverso il tramite di queste pagine che gli sta regalando il più giovane connazionale, Wilde, Hokusai, Shakespeare, Dumas, Balzac e Walt Whitman. Mancani pochi all’appello per completare lo spettro di una poetica, in senso ampio, mondiale.

Se per le raccolte di poesie precedenti dicevo che la Buenos Aires di Borges è un luogo ricreato artisticamente, e non per questo meno vero, anche in questa prefazione troviamo riaffermato il discorso secondo cui l’arte crea qualcosa che a sua volta crea, dà valore e senso.

Wilde sosteneva che il Giappone – le immagini che questa parola risveglia – è stato inventato da Hokusai; nel caso di Evaristo Carriego, dobbiamo postulare un’azione reciproca: il suburbio crea Carriego e da questi è ricreato. Influiscono su Carriego il suburbio reale e il suburbio di Trejo [autore comico argentino] e della milonga. Carriego impone la sua visione del suburbio; Tale visione modifica la realtà.

Nel prosieguo Borges immagina Carriego intento alla lettura di Dumas gustando “il sapore della pienezza della vita” ma sentendo però la frustrazione di essere un esiliato dalla vita perché mentre in un altro tempo ed in un altro luogo (la Francia) accadeva qualcosa di epico lì, lontano, in un “banale quartiere di periferia sudamericano” non accadeva niente. Ma, dallo spunto di un suono di  chitarra in strada o una cosa qualsiasi nel patio accade qualcosa, un’epifania:

Qualcosa che non ci sarà mai dato di recuperare, qualcosa di cui conosciamo il senso, ma non la forma, qualcosa di quotidiano e banale e non mai percepito fino allora, che rivelò a Carriego l’universo (il quale si dà intero ad ogni istante, dovunque, e non soltanto nelle opere di Dumas) era anche lì, nel mero presente, in Palermo, nel 1904.

Allora anche a ******** si può scrivere qualcosa di sensato!

E più avanti nel testo vale la pena sottolineare uno di quei pensieri sintetici che chiedono di sostare a lungo perché nella brevità di poche parole si lascia aperta una finestra eterna:

Mi è capitato più volte di pensare che qualunque vita umana, pur intricata e complessa che sia, consista in realtà di un solo attimo, l’attimo in cui l’uomo sa per sempre chi è.

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