Hitler credette di lottare per un paese, ma lottò per tutti, anche per quelli che aggredì e detestò. Non importa che il suo io lo ignorasse; lo sapeva il suo sangue, la sua volontà. Il mondo moriva di giudaismo e di quella malattia del giudaismo che è la fede di Gesù; noi gli insegnammo la violenza e la fede della spada. Tale spada ci uccide […]

Molte cose bisogna distruggere, per edificare il nuovo ordine; ora sappiamo che la Germania era una di quelle cose. Abbiamo dato più delle nostre vite, abbiamo dato il destino del nostro amato paese. Altri maledicano e piangano; io sono lieto che il nostro dono sia circolare e perfetto.

Si libra ora sul mondo un’epoca implacabile. Fummo noi a forgiarla, noi che ora siamo le sue vittime. Che importa che l’Inghilterra sia il martello e noi l’incudine? Quel che importa è che domini la violenza, non la servile viltà cristiana.

J.L.Borges, Deutsches requiem (L’Aleph)

Cominciamo dal fondo, dalla fine della guerra che è sembrata esser stata in Europa il culmine dell’orrore necessario per rinsavire. Cominciamo da questo racconto edito nel 1946 da Borges dove Otto Dietrich zur Linde, il gerarca nazista protagonista, è alla vigilia della sua esecuzione. Prossimo alla morte proclama la vittoria del nuovo ordine che la Germania nazista, pur materialmente sconfitta, ha instaurato nel mondo. Un mondo irrimediabilmente inclinato al male che lo scrittore viennese Stefan Zweig salutò suicida insieme alla moglie Lotte nell’aprile del 1942, esule in Brasile, fiaccato dalla depressione e paradossalmente nel momento in cui si stava vivendo il colorato carnevale brasiliano. Fino alla fine Zweig continuò nella sua febbrile corrispondenza epistolare con messaggi per ogni angolo del mondo. Due recenti pubblicazioni testimoniano questa densa attività: la prima è La vita stessa è già tanto in questi giorni. Ultime lettere dall’esilio americano, Castelvecchi 2022, che raccoglie le lettere sue e di Lotte; la seconda è Lettere sull’ebraismo, Giuntina, 2023, che documenta la riflessione di Zweig attorno alla propria identità ebraica con la progressiva urgenza di trovare una risposta con le armi dello scrittore all’avanzare dell’antisemitismo.

Voi mi chiedete perché il mondo ebraico non ha sollevato una protesta – scriverà a Romain Rolland – ma nessuno aveva tempo, nessuno rispondeva. L’idea di un’unità ebraica, di un programma, di un’organizzazione, purtroppo esiste solo nella mente di Hitler e di Streicher.

Scrive così all’amico di una vita, allo scrittore del paese nemico (Francia) durante la prima guerra mondiale che, unico, con il suo libro Al di sopra della mischia era rimasto libero dalle infatuazioni nazionalistiche e belliciste che avevano ammorbato l’Europa restando fermamente pacifista.

Zweig parla ampiamente del rapporto con Rolland ne Il mondo di ieri, libro che difficilmente trova un momento di lettura più favorevole del nostro attuale. Difficile non leggerlo sospendendo la tentazione di ragionare per paralleli e ricorsi storici. Appaiono lampanti le occasioni di confronto in uno stimolo continuo da raccogliere nella piacevolezza della lettura di pagine magistralmente profonde nella loro asciuttezza. E’ una scrittura misurata e limpida quella di Zweig che, per sua stessa dichiarazione, detestava la scrittura di chi, prolisso e pedante, voleva dimostrare di sapere. Virtù maggiore dello scrittore era nel togliere. Da centinaia di pagine per avere un buon libro era necessario espellerne più della metà.

Il mondo di ieri era il mondo stabile della monarchia asburgica, dell’eterno imperatore Francesco Giuseppe, il mondo dell’Austria felice e della sua raffinata cultura artistica e letteraria. Il mondo del cosmopolitismo al di là dei confini. Il mondo dove non vigevano visti e passaporti, dove ognuno andava dove riteneva giusto e poteva davvero essere cittadino europeo quando paradossalmente l’Europa era un sistema di monarchie sempre instabilmente vicine allo scontro. Il tema di un’Europa unita desiderata ma in realtà già vissuta e reale, almeno per l’élite a cui Zweig apparteneva, è materia di nostalgico ricordo. Leggiamo del naturale senso di libertà e fiducia che potrebbe essere familiare, in questa distanza di un secolo, alla realtà della cosiddetta generazione Erasmus post Schengen, macchiata in parte dalle limitazioni che l’11 settembre, e l’ombra della violenza, ha imposto.

Nonostante il libro sia tardo, scritto dopo l’abbandono dell’Austria prossima all’Anschluss, quando già era forte il fosco oscuramento della visione dell’autore stretto tra testimonianze dirette e cupi presagi che lo stavano asfissiando, riesce a farci respirare la primavera europea a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo. Ci apre l’animo parlando delle giovani generazioni che ambivano a coltivare proprie aspirazioni artistiche nel contesto di una società gerontocratica da rinnovare (quanto ci è familiare!); ci sembra mostrare un lieto avvenire prima che vengano scorti i segni irreali di un progressivo approssimarsi al conflitto che, all’apparenza, nessuno sembrava volere ma in cui poi si va a piombare con stupido entusiasmo. 

Leggiamo della inesorabile corsa alle armi, dell’accendersi del nazionalismo, dello spingere dell’interesse economico che muove verso lo scontro e ci turbiamo. Ci turba il sentire oggi nuovamente le sirene della necessità della guerra, della preparazione a cui siamo chiamati, del coraggio e l’eroismo di cui non sentivamo da tempo il bisogno. E’ vero, forse anestetizzati da un benessere che ci permette di parlare di guerra standone a molti di chilometri di distanza, goderecci e giulivi nelle retrovie di un mondo già incendiato come i paradossali personaggi di Grand Budapest Hotel di Wes Anderson che ha tratto ispirazione da una scena raccontata proprio ne Il mondo di ieri in cui Zweig, testimone della mattanza che si stava consumando al fronte nella prima guerra mondiale si ritrova ospite di un hotel della capitale ungherese che sembra vivere nella permanenza delle apparenze della nobile vita asburgica in un mondo scollato dalla realtà, ignaro dello sconquasso.

Si diceva poco sopra quanto la lettura del libro apra ad un confronto con l’oggi. Sono evidenti i punti di contatto con lo spettro di una nuova guerra europea, con l’accensione dei nazionalismi che remano contro una realtà di unione e comunità verso cui l’Europa sembrava avviata inequivocabilmente. Più di recente si è riacceso però un altro tema, quello della realtà ebraica legata alle tensioni di guerra e violenza. Soprattutto nell’epistolario edito da Giuntina si può scorrere il pensiero di Zweig che vicino a Theodor Herzl da giovane si trova a preferire una via diversa, quella della perdurante diaspora per il suo popolo, in opposizione al movimento sionista.

Come scrisse nel gennaio del 1917 a Martin Buber:

Attraverso l’ebraismo in me, non mi sono mai sentito così libero come adesso nel tempo della follia nazionale – e da Voi e dai Vostri mi separa solo questo: che io non ho mai voluto che l’ebraismo diventi di nuovo nazione, e si abbassi, con ciò, alla concorrenza delle realtà. Io amo la diaspora, e la approvo come il senso del suo idealismo, come la sua vocazione cosmopolita pienamente umana.

o ancora con decisione e fatalismo nel 1920 allo scrittore Marek Scherlag, fuggito dopo il 1939 in Palestina:

Politicamente vedo il compito degli ebrei nello sradicare il nazionalismo in tutti i paesi, ancor più nel favorire il legame nello spirito puro. Per questo rifiuto anche il nazionalismo ebraico, perché anch’esso è arroganza e isolamento. Dopo aver solcato il mondo per duemila anni con il nostro sangue e le nostre idee, non possiamo nuovamente limitarci, per diventare una nazioncina in un cantuccio arabo. Il nostro spirito è spirito del mondo – per questo siamo diventati quello che siamo, e se ne dobbiamo soffrire, questo è il nostro destino.

La visione di Zweig è quella di un ebreo parte della società austriaca, orgogliosamente integrato seppur non legato da spirito nazionalistico. Nel giro di pochi anni, finita la guerra, mentre il mondo tedesco nella desolazione della sconfitta viveva un breve periodo di relativa pace, creatività e frenesia l’idea di un’estraneità nociva e dannosa della componente ebraica nella nazione si fece strada rapidissimamente insieme all’invocazione di nuove parole d’ordine. 

Diviene qui significativo e degno di maggiori approfondimenti la vicenda di Walther Rathenau, amico nei ricordi di Zweig, emblema del conflitto di quegli anni instabili. Rathenau è figura emblematica in un contesto non solo di indagine storica ma anche di riflessione culturale perché degno di attenzione anche per le migliori penne di quegli anni. Al suo nome possiamo legare almeno i nomi di Elias Canetti, Robert Musil e Stefan Zweig, come detto, tralasciando da parte l’interessante suo contributo all’evolversi delle arti moderne con il rapporto da presidente dell’AEG con Peter Behrens.

Musil ne fece un personaggio in L’uomo senza qualità nascondendolo sotto le spoglie di Paul Arnheim; Canetti individua nell’esperienza dei suoi funerali dopo il suo assassinio l’epifania fondamentale della realtà della Massa a cui poi dedicherà gli studi di una vita in rapporto al Potere; Zweig lo indica come uno degli uomini che gli aprirorono gli occhi sulla realtà. In Rathenau, una delle prime vittime dei nazionalsocialisti, avvio della disfatta della Repubblica di Weimar e della diabolica irruzione della violenza spacciata per ideale, Zweig dice che raramente ha avvertito:

la tragedia dell’uomo ebreo più fortemente che in lui, nella sua profonda inquietudine celata da un’apparente sicurezza. […] Tutta la sua esistenza era un eterno conflitto fra nuove contraddizioni. Aveva ereditato ogni fortuna immaginabile dal padre ma voleva non essere un ereditiero; era un uomo d’affari ma desiderava sentirsi un artista; era milionario ma s’interessava di socialismo; si sentiva ebreo ma guardava con curiosità al cristianesimo; aveva ideali internazionali ma esaltava il prussianesimo.

Egli è simbolo di quella modernità instabile, complessa e complicata, non libera da ambiguità e contraddizioni e di quel genio ebraico impossibile da incasellare, non definibile in una realtà limitatamente nazionale che Zweig intende esser dono per l’umanità. Genio da estirpare in quegli anni ‘30 e ‘40 che sono gli ultimi di cui lo scrittore viennese è testimone. Rathenau accolse la prima pallottola di quella lotta hitleriana che il gerarca Otto Dietrich zur Linde di Borges celebrava e Zweig scelse di avvelenarsi quando nella disperazione non vedeva all’orizzonte la possibilità che a quella lotta potesse essere messa fine. Nell’aprile del 1942 la Germania sembrava ancora inarrestabile.

Cosa direbbe Zweig del mondo di oggi? Vincitori e vittime sono riusciti a disinnescare “l’era implacabile”?

Una risposta a “Stiamo attraversando un nuovo Mondo di ieri? Stefan Zweig, un invito alla rilettura”

  1. […] è evidente, la narrazione la ignora per farne spettacolo, propaganda. Se in passato abbiamo citato un libro di Stefan Zweig che a nostro avviso faceva risuonare atmosfere di un passato che sembrava paurosamente tornare […]

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