Novant’anni fa, nel giugno 1934 per la precisione, Robert Byron iniziava il suo viaggio di ritorno dall’Oriente con le pagine e gli appunti per il suo libro più celebre, La via per l’Oxiana. Aveva ventinove anni e lasciò uno dei libri più belli ancora oggi per chi sogna di partire alla volta della Persia per iniziare a viaggiare ancor prima di farlo e proseguire il viaggio una volta tornati, sempre se si è viaggiato davvero. Byron viaggia con lo stile di un secolo fa. Erra in tutti i sensi: si muove e sbaglia. Il suo non è un tour “in digitale”, preciso e sempre controllato nei tempi e nell’informazione. Ha l’incertezza dell’analogico, dove si annida la creazione. E’ fallace di tanto in tanto come lo fu nel riportare il suo primo viaggio di qualche anno addietro per l’Europa insieme ai giovani amici scesi nel continente dall’Inghilterra (L’Europa vista dal parabrezza, Excelsior 1881, 2008). Nel descrivere il viaggio peccò di approssimazione nell’attribuzione della facciata di San Pietro o vide tracce medicee dove non potevano essere, per esempio.

Gli «esperti» obietteranno che Byron, anche se forse aveva il dono della descrizione lirica, non era uno studioso – e naturalmente non lo era, nel senso che intendono loro. Eppure, più e più volte Byron ha la meglio sulla pura erudizione grazie alla sua arcana virtù di desumere lo spirito di una civiltà dalla sua architettura e di trattare le costruzioni antiche e la gente moderna come due sfaccettature una storia che continua.

Così lo difende Bruce Chatwin, di cui era stato ispiratore e modello di scrittura, in Lamento per l’Afghanistan, premessa a La Via per l’Oxiana pubblicata da Adelphi. Byron vuole interpretare le forme nel loro comunicarsi, non registra tassonomicamente, coglie la miglior tradizione d’osservazione inglese di Ruskin senza farsi teorico. Parlando della moschea del Venerdì di Isfahan, la più antica della città, vuol raccontarne lo spirito e non la tettonica: 

Qui, come nella moschea del venerdì di Herat, in un solo edificio e nei suoi restauri  è illustrata tutta la storia della città. La grazia del colore dei Safawidi, come già quello dei Timuridi, impallidisci davanti alla sua venerabile grandiosità. Molte parti sono rozze, alcune brutte. Ma la grande cupola ovoidale di mattoni disadorni costruita dal selgiuchide Malek Shah, ha poche rivali in quanto a espressioni di assoluta serenità che è prerogativa delle cupole islamiche. (La Via per l’Oxiana, Adelphi, 2000 p. 188)

Ci racconta di una serenità della forma, un’attitudine quasi classica della costruzione alla Winckelmann, legata ad un popolo, quello persiano, più antico della sua religione. Un popolo saldamente ancorato ad una radice profonda nella sua storia identitaria, al di là degli accidenti storici che lo vedono camminare dai tempi dell’esilio babilonese degli ebrei, alle lotte con la Grecia fino alle fanfaronate di Mohammad Reza Pahlavi. I luoghi di questo popolo meritano per Byron è un racconto di bellezza e di affetto.

La bellezza di Isfahan prende la mente di sorpresa. Esci in macchina, lungo viali fiancheggiati da tronchi bianchi e sotto baldacchini di lucide fronde; oltrepassi cupole turchese e giallo tenero, nel cielo di livido viola-azzurro; costeggi il fiume chiazzato di schiere guizzanti di pesci che cattura quell’azzurro nel suo argento fangoso ed è fiancheggiato di ciuffi d’alberi dalle chiome leggere, turgidi di linfa; attraversi i ponti di mattoni del colore di caramello chiaro, fatti di arcate su arcate sovrapposte, terminanti in padiglioni su palafitte sorvegliati dalle montagne lilla, dal Kuh-e-Sufi che ha la forma della gobba di Pulcinella e da latre catene, che svaniscono in una linea di schiuma nevosa; e prima che te ne accorga, Isfahan è divenuta indelebile e ha insinuato la sua immagine in quella galleria personale di luoghi che ciascuno conserva gelosamente. (La Via per l’Oxiana, Adelphi, 2000 p. 239)

Il libro traccia un itinerario ed una riflessione di undici mesi di viaggio in relativa libertà durante i quali l’autore del diario autocensura il nome dello Shah (Reza Shah il grande) usando la copertura del nome Marjoribanks, probabilmente per anticipare zelanti controlli, senza farci dimenticare così lo stridente contrasto che spesso c’è tra un popolo ed il potere che su di esso grava, allora come oggi. E’ esperienza comune di chi torna da quei luoghi un senso di calore e profonda simpatia. Oggi, un secolo fa e anche prima, a volte. Tornando indietro di oltre trecento anni troviamo un altro voluminoso diario da quegli stessi luoghi dove non c’è invece remora a censurare il nome dello Shah. Nel 1623 torna da un viaggio in Oriente di oltre undici anni, e non undici mesi, il patrizio romano Pietro Della Valle detto il Pellegrino. Storia curiosa la sua da ripercorrere con la recente riedizione del suo Diario di viaggio in Persia (1617-1623), a cura di Mario Vitalone, pubblicato da ISMEO. Il curatore propone la lettura del diario autografo nello strano viaggiatore partito quasi per la sola necessità di trovar sollievo al cuore, nè mercante, nè ambasciatore, né militare che è conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana offrendo un testo diverso dal resoconto di viaggio pubblicato in forma di 54 lettere indirizzate all’amico Mario Schipano, pubblicato in diverse edizioni nel ‘600. E’ un libro incompleto e, se si può azzardare, rimediato. Per tutti gli anni del viaggio Della Valle inviò all’amico erudito napoletano Mario Schipano un resoconto con il suo itinerario, i suoi studi e le sue annotazioni con l’accordo di veder sistemato il testo dall’amico in vista di una pregevole edizione. Al ritorno, quando forse molti lo avevano già dato per disperso, Della Valle scoprì che l’amico non aveva lavorato a nulla. Non riuscì mai prima di morire a sistemare tutto il materiale ma trovò il tempo di dare alle stampe un testo interessante e curioso come d’altronde fu lui stesso. Le immagini che di lui ci sono pervenute lo ritraggono senza mostrare una gran bellezza, un aspetto bruttino a metà tra un D’Annunzio crespo ed un corsaro con un evidente orecchino pendente. Un avventuriero ma anche uno dei primi importanti orientalisti italiani (solo circa cinquant’anni prima Matteo Ricci era approdato in Cina).

Nel 1628 Della Valle diede alle stampe, segretamente, un piccolo libro a Venezia, la Venezia da cui nel 1934 Byron partì – si veda l’articolo che abbiamo già pubblicato – presso l’editore Francesco Baba intitolato Delle conditioni di Abbas re di Persia, (edito a cura di Antonio Invernizzi, Abbas re di Persia. Un patrizio romano alla corte dello Scià nel primo ‘600, Silvio Zamorani, 2004) e dedicato al cardinale Francesco Barberini, nipote di papa Urbano VIII. Vantando una lunga frequentazione della corte di Shah Abbas, monarca di grande rilevanza storica e politica del XVII secolo, Della Valle ne fa un ritratto celebrativo arrivando anche a sentirsi in dovere di farsi promotore di un’alleanza strategica tra cristiani e persiani contro il comune nemico turco. Ma era certo inopportuno allora plaudere da Roma ad un monarca musulmano. Quale fu l’escamotage? L’editore Baba finge in apertura del libro di aver ricevuto misteriosamente il frutto di un furto e di aver letto queste carte decidendosi di pubblicarle. Solo a Venezia che all’inizio del ‘600 aveva lottato con Roma per l’affermazione della propria libertà ed autonomia, lontana da censura e Inquisizione, si pensi all Guerra dell’Interdetto e a Paolo Sarpi, il libro poteva vedere la luce meritandosi anche le forche caudine del sarcasmo veneziano attraverso le parole dell’editore decisosi a stamparlo:

per soddisfare a molti curiosi della nostra città, che desiderano parteciparne, mi son deciso di prevenir con l’opera mia la stampa di Roma, donde a noi poche cose di curiosità soglion venire.

L’esperienza dell’Oriente, il dialogo con l’altro lato dello specchio, è storia di scoperta, meditazione, scontro e confronto. E non bastano Della Valle o Byron, solo per farne cenno, o anche il Goethe del Divano occidentale-orientale, rapito misticamente dal persiano Hafez in cerca di sollievo dalla corruzione d’Occidente e dalla sua ansia di comprendere sempre e comunque.

Vieni, o sufi, ché limpido specchio a te scopre la coppa dinanzi.

Se vieni, e guardi, a te un rosso candore di vino si fa manifesto.

A ebbra vita ribelle tu chiedi il segreto velato,

ché ad alterigia di sufi rimane quest’estasi ignota.

Oh, chi mai catturò la fenice? Rinuncia alla trappola vana,

ché qui da noi solo il vento s’è certi di prendere al laccio.

Hafez

(da Ottanta canzoni, a cura di Stefano Pellò, Einaudi)

Esiste un mal d’Oriente?

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