Gino Giometti e Danni Antonello aprirono programmaticamente la loro casa editrice nel 2015, lasciata purtroppo orfana prematuramente, con l’intento di «selezionare quei testi che, in tutta la tradizione scientifica e letterario, trovano proprio oggi – e forse per la prima volta, e forse all’oscuro dei più – il loro momento privilegiato di leggibilità.»

Forzando, e molto, la mano possiamo riprendere con l’occhio all’oggi un testo del 1988 che la Giometti & Antonello ha ripubblicato nel 2022: Carlo Belli, Il volto del secolo. Lo rileggiamo, o leggiamo, nel momento in cui sull’Europa spira un forte vento di orgoglio nazionalistico, o provinciale che intender si voglia. Ci rendiamo conto di tentare un azzardo dal momento che un carattere di questa rivista è tra i primi l’inattualità – siamo pigri ed essere attuali o “sul pezzo”, con un’espressione di rampante bruttezza, costa fatica e fa incespicare.
Carlo Belli, intellettuale ed artista trentino, ci illustra il fermento artistico della fine degli anni venti che si lega al cosiddetto “Gruppo 7”, sodalizio di architetti per lo più lombardi che guarda dall’Italia al mondo delle avanguardie europee del razionalismo architettonico: Luigi Figini, Gino Pollini, Guido Frette, Sebastiano Larco Silva, Carlo Enrico Rava, Giuseppe Terragni e Ubaldo Castagnoli, quest’ultimo poi sostituito da Adalberto Libera. Il libro si muove dal di dentro – con gli occhi di chi si estenuava in discussioni fino a tardi al cafè Craja di Milano di Figini e Pollini, oggi demolito – Belli era parte in causa della promozione di una nuova idea spirituale e architettonica negli anni in cui il regime fascista cercava una sua rappresentazione autonoma e riconoscibile, non un osservatore o uno storico.
E’ storia nota la multiformità, almeno iniziale, della cosiddetta architettura fascista, noto il travaglio delle nuove istanze che volevano essere spirito nuovo nel e per il Paese, perdenti contro l’involuzione retorica romana dell’arte del regime. Regime contro cui questi giovani artisti, come ci racconta Belli, credevano di opporre spiritualmente, con l’arte, l’energia per far desistere Mussolini dalla dittatura [sic!]. Illusi come gran parte degli italiani dalla promessa di grandezza, da una mistificazione storica, dalla fede nella bontà di una radice italiana/italica i giovani artisti ritennero governabile nei suoi eccessi il fascismo, forza necessaria di rivoluzione che finì col mascherare con forme illusorie, cornici vuote le nostre città celando gretta pochezza e violenza. Illusione, o promessa di potere, alla quale aderirono, come dice sempre Belli, anche i giolittiani contro cui il fascismo ed i suoi più giovani rivoluzionari si erano scagliati, gli uomini dello stato liberale e del decoro dell’architettura umbertina che con Koch, Sacconi e Pio Piacentini, padre di Marcello, avevano riallestito Roma. Niente di nuovo questo adattarsi ai nuovi potenti nel nostro paese, come lo stesso Marcello Piacentini poi insegna: padre padrone dell’architettura fascista vincente e poi progettista in incognito protetto da Giulio Andreotti al mutare del potere.
Belli sottolinea in diverse occasioni il tema del provincialismo italiano. In Italia non si riusciva a parlare europeo, si era fuori da un dialogo allacciato altrove. Questo il suo rammarico e per noi oggi il suo monito. L’Italia e la sua arte erano ormai periferia da secoli ma agli italiani era rimasto (o è?) il pensiero di essere comunque luminoso e centrale esempio per il mondo quando, e qui ne fanno le spese nella critica dell’autore anche Leopardi e Manzoni, non ci accorgevamo che i nostri campioni venerati in patria all’estero non avevano considerazione alcuna. Quanto ci parla oggi questo orgoglioso pensiero di grandezza che ci fa perdere nelle secche del provincialismo!
Si conceda ora un lampante salto all’attualità. Antonio Scurati nella sua indagine romanzata sul secolo scorso insegna che fino ad un certo punto la storia si è mossa sostenuta dalla speranza. Mussolini capì invece che la paura era un’arma ancora più forte per il potere. Ecco allora lecito tornare, per una chiusura ciclica del discorso, alla Macerata di Giometti & Antonello, un tempo pacifica landa democristiana virata a destra, dove di recente, non senza disappunto, una risistemazione di uno spazio pubblico è stato celebrato come felice perché portatore di maggior sicurezza quando essenzialmente si è trattato solo di una ritinteggiatura, di una riduzione di aiuole e, soprattutto, dell’abbattimento di una piccola cortina muraria che aveva il solo scopo di racchiudere il perimetro di una cavea teatrale minimale rea di offrire nascondigli. La Macerata dove questa benemerita libreria e casa editrice è ospitata nel loggiato di un grande edificio di epoca fascista, costruito nei dettami di uno stile neorinascimentale decoroso ma scialbo (opera di Cesare Bazzani) a pochi metri da una piazzetta dove si siedono affiancati un falso antico Palazzo delle Poste (sempre a firma di Cesare Bazzani) ed il Palazzo del Mutilato dello stesso Bazzani di pochi anni dopo, evidentemente diversamente istruito sullo stile del regime, di fronte all’elegante settecentesco vanvitelliano Palazzo Costa. Il solo edificio del ventennio di stampo razionalista, il palazzo dell’ex Gil di Mario Ridolfi, è tenuto lontano dal podio nobile della città, sul viale della stazione. Tornando al “Gruppo 7” ci sovviene che anche Adalberto Libera passò per la provincia, ma a spregio campanilistico – perché di provincialismo in provincialismo lì si finisce – a Civitanova Marche, allora borghetto marinaro, ma oggi rombante minimetropoli chiassosa a dispetto del capoluogo che qualcuno anni fa definì la più grande necropoli del Piceno.





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