Finzioni è consigliabile come libro per un inizio in medias res di Borges. Un inizio fantastico che può rigettare o affascinare. Ogni lettore deve tentare questo ingresso nella sua letteratura e chi da lettore vuol tentare il passo azzardato dello scrivere trova qui il giusto sostegno. Lo trova per l’offerta che Borges fa di costruzioni narrative fantastiche che invitano non solo a vedere e descrivere ciò che gli occhi colgono ma anche quello che altri occhi, liberi dalla schiavitù di registrare soli e semplici raggi luminosi, possono andare a guardare.
In più, come ogni tanto avviene, Borges è magnanimo con i suoi colleghi quali che fossero le loro carature. Nel racconto Il miracolo segreto offre la descrizione dell’essenza di ogni scrittore:
come ogni scrittore, misurava le virtù degli altri dalle loro opere, e chiedeva che gli altri misurassero lui dalle sue intenzioni e illuminazioni. Tutti i libri che aveva dato alla stampa gl’infondevano un pentimento complesso.
Ad altri parole migliori per una disamina del libro. Qui, come sempre, solo qualche pagliuzza d’oro rimasta nel setaccio. La si prende questa volta, in questa rilettura, dal racconto Tre versioni di Giuda. Non c’è da ripetere che Borges c’inganna tra rimandi reale ed inventati. Vera e appurabile è qui la realtà di un testo dedicato nel 1857 da De Quincey, autore tra i più citati dallo scrittore argentino, a Giuda Iscariota. Falsa e l’esistenza degli studi di Nils Runeberg che arrivò a sostenere che Dio non si discese attraverso Gesù di Nazareth ma attraverso Giuda Iscariota, incarnando la degradazione del Servo di Dio prefigurato da Isaia “disprezzato come l’ultimo degli uomini” nel più bieco traditore. Rilettura che certo non è meditazione teologica o “un insipido e laborioso gioco teologico” ma divertimento letterario che comunque ci apre a considerazioni sulla possibilità o meno di definire una verità stabile, sul dubbio che può annidarsi nelle convenzioni più costituite. Un rimescolare le carte della materia sacra che scandalizza ma toglie anche la polvere sopra assunti monolitici che si fanno forse fatica a penetrare quando secoli di tradizione cattolica fanno dell’eresia un azzardo che può costare caro.
Rimandiamo per curiosa associazione di pensiero ad un’operazione di sottile sommovimento della verità condivisa dottrinalmente ripetuta e straripetuta, con fin troppa abitudine, operata dal pensatore meno pensabile in odore di eresia. Il facinoroso si chiamava Joseph Ratzinger. Quando scrisse queste frasi di seguito riportate aveva già assunto il nome di Benedetto XVI. Così scrive nel terzo volume della sua opera Gesù di Nazareth:
Esegeti ragguardevoli – Rudolf Pesch, Gerhard Lohfink, Ulrich Wilckens – vedono, sì, una profonda differenza tra le due posizioni [l’annuncio di un Dio della Salvezza gratuita e l’idea di un’espiazione], ma non un contrasto irrisolvibile. Essi suppongono che in un primo momento Gesù abbia fatto l’offerta generosa del messaggio del regno di Dio e del perdono donato senza condizioni, che però, dovendo prendere atto del fallimento di questa offerta, abbia poi identificato la sua missione con quella del Servo di YHWH. Egli avrebbe riconosciuto che, dopo il rifiuto della sua offerta, restava soltanto la via dell’espiazione vicaria.
Il custode della dottrina cattolica, non con avventatezza, parla di una “flessibilità” di Dio e di un cambio in corsa dei suoi programmi. Non è certo un’eresia ma comunque una lettura molto inconsueta di fronte all’idea granitica di un disegno salvifico già stabilito attuato con naturale fermezza.
A volte è scivoloso il limite tra una costruzione letteraria e una riflessione teologica. Ma probabilmente il pensiero occidentale deve ritrovare una certa libera follia di pensiero [No, non stiamo assolutamente dicendo: Stay angry, stay foolish].
Immagine: Amalia Del Ponte, Omaggio a Borges: Finzioni, 1971





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