Se una penna felice fosse in attesa di una storia interessante da raccontare e di cui ancora si sa molto poco dovrebbe seguire qui appresso un suggerimento. E’ una storia di un secolo fa ma che può trovare oggi il tempo opportuno per essere letta. Riguarda una donna quasi sconosciuta che ha incrociato molti protagonisti dei mutamenti della cultura di inizio Novecento: Marie Sophie Diakoffsky (1871-1934), meglio nota con Masha von Heiroth.

Russa di nascita ma giunta giovane in Finlandia con la famiglia, cosmopolita poliglotta, traduttrice, musicista fu modella e musa per i pittori Albert Edelfelt, Hugo Simberg e per lo scrittore e diplomatico spagnolo Angel Ganivet a cui fu legata anche come insegnante di svedese. Ganivet rimase profondamente affascinato in Marie Sophie, o Masha che dir si voglia, dalla bellezza, l’acume e soprattutto l’atteggiamento di matura libertà che aveva – come quella degli uomini – ebbe modo di dire. Giovanissima sposò in prime nozze Peter Alexandrovitch von Bergmann, ufficiale della marina russa, seguì il matrimonio con lo scrittore ed editore Wentzel Hagelstam che lascerà per una relazione col pittore russo Alexander von Heiroth insieme al quale viaggerà in Italia, dove nascerà loro figlio Algar, futuro ambasciatore finlandese in Messico, Cuba ed Israele. Incontriamo infatti la coppia a Firenze negli anni felici che precedono la prima guerra mondiale, gli anni in cui le élite culturali sperimentavano davvero quell’unità europea di cui Stefan Zweig ha trattato con amara nostalgia nel suo Il mondo di ieri, mondo nel quale si era liberi da ogni frontiera e dalla necessità di un passaporto. Firenze era allora rifugio dorato di una nutrita cosmopolita comunità anglosassone così influente da meritarsi circoli e luoghi di culto propri.

Uno dei nipoti di Masha von Heiroth ha donato recentemente al Museoviraste, importante archivio finlandese, il diario fotografico di quegli anni, preziosa testimonianza alla quale si accompagna il diario, scritto in francese, che la famiglia ancora custodisce con discrezione. Il diario è un documento che sarebbe stimolante studiare per riannodare gli ultimi anni di un mondo vicino alla totale trasformazione ma la famiglia lo ha concesso raramente in lettura agli studiosi.

La storia di Masha, si diceva, è la storia di una donna di straordinaria intelligenza, capace di legarsi in amicizia ai letterati e agli artisti con profondità. Intrattenne per molti anni una corrispondenza epistolare con Giovanni Papini, al quale il marito Alexander fece un ritratto che fu da ispirazione per il suo racconto Il ritratto profetico raccolto in Parole e sangue del 1912, ma anche con i premi Nobel Knut Hamsum, Verner von Heidenstam e Carl Spitteler. Fu una donna libera, e consapevole del suo diritto ad esserlo, negli anni in cui la svedese Ellen Key offriva parole nuove sulla natura del matrimonio, sul ruolo della donna, il femminismo e l’educazione. Quando sposò Alexander von Heiroth nel febbraio del 1908 ebbe come testimone il “fiesolano” americano Bernard Berenson, storico dell’arte, critico e riferimento assoluto per il mondo anglosassone particolarmente avido di capolavori del Rinascimento italiano. Tramite il suo circolo e per prossimità di soggiorno venne in contatto con una curiosa combriccola di chiassosi americani: la famiglia Stein. Nel suo diario Masha scrive di loro:

La curiosa famiglia Stein, degli ebrei americani di San Francisco che possono essere paragonati a una mandria di animali selvaggi, voleva conoscerci e vennero qui. Spesso ci invitano a cena, sono molto cortesi e interessanti. Mi sono abituata ai loro modi sgraziati, ai loro piedi nudi, ai kimono svolazzanti che coprono le grandi e debordanti forme, alla fisionomia color rame. Sono buoni, semplici, sinceri, soprattutto il grande e magro e sordo pittore Leo (un cattivo pittore, a giudicare da quello che abbiamo visto), la sua barba rossiccia e i suoi occhi magnanimi, tranquilli e sinceri dietro gli occhiali arrotondati, è un uomo interessante, […] La signorina Gertrude, graziosa e semplice, è simpatica e intelligente. Quando ride con la sua voce profonda e virile smuove tutto il suo grande corpo. […] Si capisce che tutta la famiglia forma una sola cosa, forte, inseparabile. Io ammiro questa caratteristica degli ebrei. Nelle piccole cene in Casa Ricci, attorno alla tavola rotonda posta in terrazza […] si è quasi felici. Lì conoscemmo un giorno il pittore parigino Matisse, quello di cui parla tutta Parigi.

Le foto del diario di Masha e alcuni passi dell’Autobiografia di Alice B. Toklas, il libro che Gertrude Stein scrive per parlare di sé fingendosi la voce della sua compagna di vita, testimoniano il loro rapporto:

A Firenze c’erano persone divertenti […]. Poi c’erano i primi russi, Von Heiroth e sua moglie, che nel tempo ebbe quattro mariti e una volta osservò, giuliva, che con tutti i suoi mariti intratteneva ottimi rapporti di amicizia. Lui era stupidotto ma attraente e raccontava le solite storie russe

Gertrude Stein era allora la patrona delle avanguardie parigine e guida amica di Pablo Picasso, tra gli altri. La sua casa di Rue de Fleurus 27, dove visse more uxorio con la sua compagna Alice, “sposata” proprio a Fiesole nel 1907, era rifugio di pittori e scrittori come la cosiddetta “generazione perduta” di Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald, oltre che laboratorio per la sua scrittura sperimentale tesa a declinare in letteratura un’altra espressione del cubismo.

Da ultimo a Firenze Masha incontrò anche un esule americano di grande caratura in fuga da un matrimonio asfissiante e da un contesto suburbano che iniziava a stargli stretto, Oak Park, Illinois, il sobborgo fuori Chicago da dove veniva il sopra citato Hemingway che lo tacciava di essere «paese dagli ampi prati e menti ristrette» e che aveva dato i natali ad un altro e più moderno emblema della cultura americana, Ray Kroc, fondatore di McDonald’s. L’esule in preda ad una crisi personale ed artistica era l’architetto Frank Lloyd Wright. Per un periodo Wright e i von Heiroth condivisero una casa, in locali separati, in Via del’Erta Canina, prima di congedarsi nella primavera del 1910 a Fiesole, dove intanto Wright si era trasferito, con l’occasione di un pranzo pasquale consumato presso il Villino Belvedere dove l’architetto attendeva l’arrivo della sua amante, Mamah Borthwick, studiosa e traduttrice di Ellen Key, nel frattempo stabilitasi in Germania. Partita dalla Toscana Masha si preparò all’ultima svolta della propria vita che la condurrà a vivere in Svizzera con l’ultimo marito l’imprenditore e scrittore Arthur Travers-Borgstrom.

Verrebbe naturale il desiderio di poter sapere qualcosa in più o immaginare cosa questa viaggiatrice discreta della storia possa aver raccolto e narrato a se stessa nel diario che per un nobile senso di decorosa riservatezza la famiglia ancora conserva gelosamente. Tutta la sua storia ha un che di contemporaneo tranne solo l’aspetto finale ovvero il rifiuto di una vita esposta, il clamore e l’apparenza. Forse questo è l’ultimo esempio di degna libertà della persona che la famiglia vuol dare opponendo al valore documentale o spettacolare il valore affettivo. Forse verrà il tempo di leggere, esaminare… quando sarà passato il giusto tempo.

(foto tratta dal diario fotografico di Masha von Heiroth che ritrae la sua famiglia e la famiglia Stein)

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