Byron ha superato il primo anno di vita. Nel frattempo non ha proposto alcuna novità, non è stato all’avanguardia. Ha rimescolato cose già note, sostato su temi di cui tanti altri hanno già scritto. In un anno ha forse offerto al lettore, o a quei due lettori che ha avuto, una collezione di nomi, titoli e luoghi. Ecco, questo sì, lo ha fatto: ha avviato una collezione!

Leggere e collezionare in fondo non sono atti affini? Non sono ambedue un ampliare il perimetro della propria vita? Forse leggere amplia portando fuori, lontano e collezionare facendo ingrandire nell’accumulo. Ma le cose possono anche essere intercambiabili perché l’oggetto tenuto caro e vicino porta altrove se la collezione non diventa bulimia. In fondo leggere e collezionare si sposano spesso. Quanti grandi lettori sono amanti dell’oggetto libro e vogliono vivere nella sua compagnia!

La Rete, da dove vi scriviamo, contrasta la logica classica della collezione perché offre l’accessibilità alle informazioni, ai testi e alle immagini anziché il loro possesso ma, nel nostro limite, abbiamo sempre necessità di fermare qualcosa, fisicamente, come le poche fotografie che val la pena stampare anziché lasciare digitali dentro infinite schede di memoria. Non parleremo male qui della Rete perché se è vero che è una galleria infinita di stupidaggini è anche uno strumento potentissimo per noi curiosi che non viviamo d’arte e cultura, felicemente limitati nel percorrere le vie del mondo, dei cenacoli e delle accademie da molti altri disbrighi più prosaici, pronti a raccogliere le molliche che possiamo permetterci osservandole cadere dalla tavola di altri convivi.

Quindi leggere e collezionare mostrano davvero un mondo più ampio di quel che tocchiamo? Sì (lo fa anche il viaggio che il nostro ispiratore inglese coltivò ma di questo magari parleremo un’altra volta). In quella Rete di cui poco sopra si parlava è rimbalzata infinite volte una frase di Umberto Eco:

Chi non legge, a settanta anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto cinquemila anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’Infinito. Perché la lettura è un’immortalità all’indietro.”

La condividiamo così come ci appare rinfrancante anche quella che successivamente nel tempo è diventata, come ormai si dice, virale:

È sciocco pensare che si debbano leggere tutti i libri che si comprano, come è sciocco criticare chi compra più libri di quanti ne potrà mai leggere. Sarebbe come dire che bisogna usare tutte le posate o i bicchieri o i cacciavite o le punte del trapano che si sono comprate, prima di comprarne di nuove. Nella vita ci sono cose di cui occorre avere sempre una scorta abbondante, anche se ne useremo solo una minima parte. Se, per esempio, consideriamo i libri come medicine, si capisce che in casa è bene averne molti invece che pochi: quando ci si vuole sentire meglio, allora si va verso “l’armadietto delle medicine” e si sceglie un libro. Non uno a caso, ma il libro giusto per quel momento. Ecco perché occorre averne sempre una nutrita scelta! Chi compra un solo libro, legge solo quello e poi se ne sbarazza, semplicemente applica ai libri la mentalità consumista, ovvero li considera un prodotto di consumo, una merce. Chi ama i libri sa che il libro è tutto fuorché una merce.

Confessiamo che, pur trovando questa seconda citazione appropriata per l’autore a cui è associata, nella foga della riproposizione seriale a cui si è assistito nell’arco di pochi giorni è venuto naturale pensare ad una falsa citazione. Un caso simile a quello associato a Sandro Pertini che avrebbe detto:

Quando un governo non fa ciò che vuole il popolo, va cacciato via anche con mazze e pietre.”

Pertini non lo disse mai ma in migliaia hanno fatto proprio l’aforisma facendolo rimbalzare sulle proprie pagine. Lo scetticismo, convinciamocene, sarà sempre di più una necessaria forma di autodifesa.

Byron (questo pseudo-Byron) non ha voluto però moltiplicare contenuti virali ma semmai camminare con i propri piedi per quanto con passi molto corti, lenti o sonnolenti. Collezionando letture e appunti per nuovi approfondimenti si è imbattuto in due brevi testi in tema di due lettori-scrittori-collezionisti: Walter Benjamin, Estraggo la mia biblioteca dalle casse. Discorso sul collezionismo, Luni editrice e Stefan Zweig, La collezione invisibile, Pagine d’Arte. Il primo è una breve riflessione e l’altro una novella, insieme brani di due autori che per storia personale immagineremmo stridere con il mondo del collezionismo. Terminano infatti la vita come due sradicati, obbligati e divenire esuli, precari senza patria e senza l’ancora di oggetti cari. Zweig, in particolare, nel periodo più felice della sua vita fu però un mirabile collezionista che accumulò oggetti legati a musicisti, poeti, scrittori, autografi e manoscritti che andavano da Goethe, Bach, Mozart, Beethoven e moltissimi altri. Era interessato a cogliere nel valore di quei feticci, pericolosamente vicini agli idoli che la tradizione ebraica sempre condanna, il legame con l’opera e con la genesi in un percorso di comprensione del farsi dell’arte concreto (si pensi al Focillon dell’Elogio della mano). Chi vorrà leggere la breve novella di Zweig non potrà non correre col pensiero al collezionista di libri fisici e mnemonici che fu Borges, nostro frequente ospite, visitatore di luoghi e musei, pur da cieco. Rimangono, per chi le vorrà cercarle in Rete, alcune bellissime foto di quarant’anni fa esatti in adorazione al Museo Archeologico di Palermo.

Andando all’altro libriccino troviamo comunque stimolante, come sempre, entrare in dialogo con un autore come Benjamin pur riconoscendo che altrove sono le sue vette. Punto dolente del libro, e ci si conceda d’esser schietti, è l’introduzione che occupa un terzo della pubblicazione. Un’introduzione che sembra pretesto per una seppur lecita e personalissima riflessione dell’editore che vuol farsi leggere sventolata dal di sopra delle spalle di un gigante. Vi troviamo mescolati katane, dojo, arti marziali (va bene anche Borges metteva qua e là spade e tigri…), percorsi zen e svolazzi orientali che perdono di vista però l’introdotto. Tutto interessante ma Benjamin? 

Certo, siamo e sono ipocrita, lo riconosco, dal momento che qui scrivo nascosto, senza neanche vantare una grande levatura culturale, celandomi dietro il nome di una felice penna che ispirò tra gli altri Bruce Chatwin. Io che invece di prendermi la briga di andare ad ascoltare, interrogare, viaggiare mi fermo di fronte a carta e schermi, limitato felicemente da una medietà di vita che non mi fa dire di fronte all’ampio mondo: “Che ci faccio qui?” ma semmai molto più spesso un pigro: “Ma che ci vado a fare?

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