Precisando sin da subito che non si ritiene necessario aggiungere altre parole alla situazione della guerra in Medio Oriente è capitato occasionalmente in questi mesi a chi scrive di andarsi a sfogliare dei quotidiani israeliani per avere un altro punto di vista sulla situazione. E’ ovvio che non si possa trovare in un giornale “IL” punto di vista israeliano, o ebraico, dal momento che da più di 3.000 anni (lasciamo stare se conteggiare gli anni da Abramo, partire da Mosè…) si ha a che fare con un popolo di meravigliosi disquisitori con tre opinioni quando dibattono in due. Procedo tranquillo e senza polemiche ben sapendo che, non essendo più di due o tre i lettori fedeli e accondiscendenti di questa nota, non ci saranno voci a sollevarsi con l’accusa di non leggere stampa araba [e poi, chi l’ha detto?]. Non è questo il tema, semmai quest’altro: trovo il giorno 19/09/24 su Haaretz la notizia della prosecuzione a Gerusalemme dell’iter di un progetto architettonico che agita dibattiti e solleva resistenze. Si tratta del progetto della torre Epstein o anche Jerusalem  Burj, così battezzata dalla stampa per analogia alla Burj Khalifa di Dubai, il cui progetto è stato seguito da Adrian Smith mentre lavorava per la Skidmore, Owings & Merrill, ora progettista della nuova torre associato a Gordon Gill. Il complesso immobiliare ha al suo centro un grattacielo di duecento metri osteggiato perché a ridosso di luoghi carichi di significato simbolico, oltre che di valenza paesaggistica, come lo Yad Vashem e il Monte Herzl.

Che montino proteste e si accenda un dibattito su un’emergenza architettonica dirompente a Gerusalemme è certo segno di vitalità ma forse la sua ideazione in questo momento di troppa spensieratezza, azzarderei. Nessuno fuori da Gerusalemme su media e stampa sentirà l’urgenza di discuterne perché “ben altri sono i problemi!” Ma forse Gerusalemme è un tema di tutti. In molti sostengono che se auspicabilmente un giorno si troverà pace lì, in quella città terrena speciale, forse avremo, credenti e no (B’ezrat HaShem, Inshallah, a Dio piacendo)  un significativo acconto di quella celeste finalmente scesa [si esagera con un anelito spirituale?].

Le immagini della torre comunque stonano con il ricordo di chi almeno una volta è stato a Gerusalemme, che preferirebbe sostare nelle immagini [nota pubblicitaria spassionata: http://www.eliaphoto.com] della vecchia bottega fotografica di Elia Kahvedjian nel quartiere armeno della Città Vecchia, dando l’illusione di osservare un nuovo pezzo dello skyline di Tel Aviv dove sì, certamente, sarebbe concesso un colosso di acciaio e vetro. Già nei fotoinserimenti la torre è ingombrante sopra i colli di Sion e dintorni nel misto di verde, ocra e candore della pietra gerosolimitana. Gerusalemme è città di muri, di estensione labirintica e non di torri svettanti. Per salire in alto, semmai, a Gerusalemme si possono scorgere in sogno delle scale trafficate da angeli o si può saltare mettendo il piede sopra una Roccia ora (beh, ora…in realtà da circa 1.333 anni!) interdetta da una chiusura architettonica ottagonale bicolore di bianco terreno in basso e azzurro celestiale in alto a trono di una cupola d’oro. Gerusalemme è città antica che mal tollera la più semplice esibizione di contemporaneità facile e spicciola del grattacielo, speso in ogni ostentazione dai parvenus del Golfo. E’ il cuore antico di un paese nuovo dove qualche remora in più si dovrebbe forse avere nella corsa all’alto. E’ diversa da una nostra Milano dove non importa più che si superi il Duomo, il Pirellone o qualsiasi altra torre. Persino l’industriale Torino ha sollevato per un attimo dubbi sul grattacielo Intesa Sanpaolo deciso a scavalcare la Mole. Intesi: non il San Paolo che proprio da Gerusalemme se ne andava verso Damasco trovandosi strada facendo a ricredersi.

Ma forse anche a Gerusalemme, ridestati dall’abbaglio, si ricrederanno.

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