“La bellezza di Isfahan prende la mente di sorpresa. Esci in macchina, lungo viali fiancheggiati da tronchi bianchi e sotto baldacchini di ludice fronde, oltrepassi cupole turchese e giallo tenero, nel cielo di liquido viola-azzurro; costeggi il fiume chiazzato di schiere guizzanti di pesci, che cattura quell’azzurro fangoso ed è fiancheggiato di ciuffi d’alberi dalle chiome leggere, turgidi di linfa […] e prima che te ne accorga, Isfahan è divenuta indelebile e ha insinuato la sua immagine in quella galleria personale di luoghi che ciascuno conserva gelosamente. […]

Alcuni di essi [gli edifici] però illustrano in modo autonomo i vertici dell’arte e collocano Isfahan nel numero più ristretto di quei luoghi come Atene o Roma che costituiscono una fonte continua di delizia per tutta l’umanità.

Robert Byron, La via per l’Oxiana

Altre traduzioni chiudono il passo riportato parlando di luogo in cui tutta l’umanità trova comune sollievo. L’esperienza dell’accesso al Maidan-I-Shah, ora Maidan-I-Imam di Isfahan, l’immensa piazza della città, segna l’entrata in un mondo di geometrico ordine e bellezza, una cornice entro cui aiuole e acqua zampillante offrono quel ristoro paradisiaco che è promessa dei popoli dell’Oriente arido. Una delle tre bellezze architettoniche della piazza evoca l’entrata in un ristoro ancor maggiore, trascendentale. La piccola moschea di Lotfollah rende umile ogni fedele, poca cosa rispetto al Cielo, sottomesso ad una signoria unica come l’Islam proclama. E’ esperienza quasi mistica al pari dell’ebbrezza cantata dai poeti classici della tradizione persiana, inebriati da canti e calici, quella che Goethe voleva toccare con il suo Divano occidentale-orientale:

Il nord, il sud si sfascia, l’occidente,

saltano troni, regni vacillano,

tu rifugiati in oriente,

dei patriarchi gusta l’aria pura,

tra gli amori, il vino, i canti,

la fonte di Chiser ti rifà giovane.

In purezza ed in giustizia

laggiù voglio penetrare

il principio profondo delle genti,

quando ancora prendevano da Dio

in lingua terrena dottrina celeste,

senza doversi rompere il capo.

Goethe, Egira

Volto abbagliante per bellezza Isfahan è lontana per aura dalla grande e chiassosa metropoli di Teheran, capitale attuale dell’Iran. Quella che per i persiani era la metà del mondo torna in queste settimane nei retroscena giornalistici quale potenziale obiettivo militare israeliano. Bellezza e violenza all’orizzonte ma anche bellezza e violenza alla radice. Una città magnifica sbocciata tra le mani di uno Shah sanguinario quale Abbas il grande. Verrebbe qui da ricordare la celebre battuta che Orson Welles aggiunge alla sceneggiature di Graham Greene e recita nel film “Il terzo uomo” del 1949:

In Italia, per trent’anni, sotto i Borgia ci furono guerre, terrore, omicidi e carneficine ma ne vennero fuori Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di democrazia e pace, e cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù.

Non appartiene a queste pagine la valutazione sulla portata delle vicende belliche in atto. Valutare la tragedia è cosa seria. Semmai per i nostri mezzi sarebbe già molto destare una qualche curiosità per i nomi dei luoghi per scorgerci la profondità di storie e smorzare, con lo stupore, l’istinto al conflitto che con amarezza constatiamo di non poter mai del tutto spegnere. E’ facile scrivere queste poche righe con leggerezza, senza il pressante problema esistenziale della sopravvivenza e allarmarsi per puro nobile spirito estetico al pensiero che una città di grande bellezza possa essere toccata dalle bombe.

Noi ci muoviamo per libri, confidiamo nel meglio al pari di chi accende lumini, mangia ritualmente pane e vino, si prostra su un tappeto o oscilla davanti ad un vecchio muro. Restiamo appesi al pensiero più che all’azione (chissà che un giorno scopriamo di poter orientare qualcosa, piegarla, come fossimo degli Uri Geller!).

Per questo, magari con ignavia, passiamo oltre e ci permettiamo il lusso di un largo giro… contorto da seguire.

Quasi esattamente un anno fa scrivemmo qualche nota con riferimento ad un libro di Martin Keller sulla scomparsa della vecchia Galizia e ci troviamo ora a lambire quelle righe. In coda al libro vi era un’appassionata lettera che Claudio Magris, viaggiatore nella mitteleuropa asburgica, scrive a mo’ di postfazione con la memoria ai suoi percorsi nell’Europa orientale. Ci si può mettere per strada in sua compagnia con letture come Lontano da dove. Joseph Roth e la tradizione ebraico orientale, percorrendo un paesaggio culturale ferocemente soffocato dalla violenza nazista lanciata a spegnere la leggerezza dell’ironia della tradizione ebraico-orientale propria di chi, seppur umiliato e dimesso nel proprio scalcagnato Shtetl, non può essere vinto, non lascia essersi vinto. E’ naturale poi seguire Magris in Danubio dove si riflette sul cupo destino di quella terra di confine tra Polonia e Ucraina e sui rivolgimenti anche inattesi della storia chiedendosi cosa avrebbero pensato gli ideatori della soluzione finale – autori di un grande suicidio collettivo nazionale – se avessero saputo che gli eredi di quel popolo spinto all’estinzione sarebbero poi diventati una delle più micidiali forze armate del mondo di lì a poco (e condotti sulla strada di una nuova guerra in Oriente).

Ma tornando in Asia rinnoviamo la nostra sosta ad Isfahan, al centro della Persia, dove la storia fa passare le vicende di due popoli martoriati in parallelo: il popolo ebraico, già scacciato da quella Galizia ormai dissolta, in diaspora nell’altopiano iranico da quasi 2.800 anni, ed il popolo armeno. Ad oggi la comunità ebraica in Iran pur non essendo amplissima vive in relativa pace. Anche una serie tv della televisione israeliana, Tehran, ne parla seguendo una famiglia di ebrei iraniani che vivono nella dinamica tra l’adesione alla terra di Persia ed il legame al proprio popolo con la ripetizione del refrain “un occhio guarda verso Gerusalemme e l’altro verso Isfahan.

Molto più ricca è invece la comunità cristiana d’Iran, particolarmente quella armena. Ad Isfahan esiste un quartiere, Nuova Giulfa, dove durante il conflitto ottomano-safavide (1603-1618) si stabilirono gli armeni provenienti dalla città di Giulfa, deportati in realtà da Shah Abbas che, nel momento dello scontro con il vicino impero turco, decise stringere a sé la popolazione armena del confine quale risorsa preziosa per il suo regno. Gli armeni erano una popolazione mercantilista e prospera con reti familiari diffuse in Oriente ed Occidente e non potevano, utilitaristicamente, cadere in mano agli Ottomani. Già solo l’indole commerciale, la grande mobilità geografica ed il legame ad una propria identità culturale in diaspora sembrano legare ebrei ed armeni, al di là di cliché largamente sedimentati.

Tragicamente il Novecento li avvicina ancora di più a causa della vicenda dei loro genocidi: il Metz Yeghern e la Shoah. Ormai la affinità dei due eventi è storicamente innegabile, seppur mancano ancora importanti riconoscimenti internazionali per la vicenda armena. Lo scorso anno è stato presentato in Italia, edito da Guerini, il libro scritto nel 2016 dallo storico Stepan Ihrig Giustificare il genocidio. La Germania, gli Armeni e gli Ebrei da Bismarck a Hitler. Uno studio che mette bene in luce la vicinanza tra il genocidio armeno del 1915 e quello operato dal terzo Reich. Il libro rende manifesta una vicinanza di disprezzo tra Armeni ed Ebrei che lascia campo per la riflessione sulle analogie. Ancor prima dell’avvento di Hitler nella Germania di Bismarck, alleata del decadente Impero Ottomano, venivano infatti già usati stereotipi antisemiti per giustificare le politiche repressive degli alleati verso le comunità cristiane armene. Gli armeni sono uberjuden, superebrei, infidi, usurai, traditori in seno al paese. In quelle idee vanno ritrovati i conflitti di oggi.

Che la bellezza di Isfahan possa davvero essere sollievo! Che l’Oriente Vicino e Medio trovi pace! Che poesie che tengono ancora in sé il nodo di sangue e bellezza come quella che segue, tra le traduzioni di Francesco Occhetto di Garous Abdolmalekian, presto in lettura insieme ad altri poeti d’Iran (Poeti iraniani. Dal 1921 a oggi, Mondadori sarà presto in uscita) possano non essere più scritte!

III

Ci sono ricordi
che non mi lasciano più

Ci sono ricordi
fissati con un chiodo
al mio teschio

Miei amici
si lasciarono cadere
per raccogliere i loro fucili
Miei amici
andarono a morire oltre il confine

Bambini
stringevano il cordone ombelicale
per non nascere

Noi
pregavamo il cielo
e dal cielo
cadevano le bombe

Mio fratello diceva:
bisogna tramontare
non vedi che il sole
sorge ogni mattino
e ogni sera pentito
se ne torna via?

La bellezza è in declino
e delle donne
non resta altro che uominiCi siamo sposati con gli uomini
e abbiamo partorito
i deserti.

da Garous Abdolmalekian, Trilogia del Medio Oriente: Guerra Amore Solitudine, Carabba, 2021

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