La storia della letteratura offre un insindacabile verdetto: quando mettono mano alla penna gli ingegneri (si pensi a Musil e Gadda) raggiungono vette decisamente più alte dei loro cugini architetti. Probabilmente l’architetto è incapace di slegarsi dalla propaganda della sua opera e quindi torna sempre a scrivere di quello mentre il razionale ingegnere sa ben dividere i suoi calcoli dalle sue parole. Scrivendo della propria opera l’architetto di tanto in tanto può offrire risultati originali che non siano le vaporose promesse del buono che essa porta nel mondo o l’arzigogolato processo di ideazione. E’ così per un breve testo dell’architetto inglese John Soane (1753-1837) sulla propria casa di Lincoln’s Inn Fields 13 a Londra. Il libro, ormai introvabile, edito in Italia da Sellerio (John Soane, Per una storia della mia casa) propone una lettura dell’edificio come mistero da risolvere seguendo la riflessione di un antiquario di finzione che indaga le misteriose rovine rinvenute a Londra. La rovina inventata della casa di Soane interroga la vita che un tempo lì scorreva mentre l’edificio oggi è visitabile, di contro, cristallizzato esattamente come era allora nella sospensione della vita del proprietario e artefice. 

Sarebbe curioso andarsi a leggere i suoi pensieri del visitatore di oggi per sapere come in sintesi descriverebbe quello che trova: cupo? Strano? Decadente? Straniante. Ormai diversi anni fa Sianne Ngai, studiosa e critica letteraria pubblicò il libro Our Aesthetic Categories: Zany, Cute, Interesting, Harvard University Press dedicato alle categorie estetiche che dominano la sensibilità corrente (zany è qualcosa tra il bizzarro ed il buffo, cute è il carino e interesting il classico interessante che toglie da ogni imbarazzo il giudizio). Oggi il Bello e il Sublime sono categorie ormai in ombra, sovrani decaduti che, chiusi nelle loro roccaforti, mantengono ormai solo un severo prestigio. Sublime e Bello sono parole nette e forti, effettivamente non molto adatte ad un’epoca di sensibilità attutita e indifferente. Forse è per questo che il carino è molto più comune nelle parole, nei commenti e nelle descrizioni. E’ accomodante e permette di non spingersi molto al di là del “normale”.

E’ nostra convinzione che la casa di John Soane sia legata invece al Sublime e tenteremo di spiegare il perché. La riflessione sul Sublime, categoria forse ambigua nel parlare comune, si fa attenta nel ‘700, in un mondo “ampio”, in un mondo in cui l’ordine pacificato e composto dell’umanesimo poteva sembrare stretto. In un mondo in cui la rovina, le rovine e le civiltà passate mostravano sempre di più il loro fascino decadente ed emotivamente stimolante ai pensatori e agli artisti che si aprivano al mondo e alla sua storia oltre che con i libri, con il viaggio: il celebre Grand Tour, che si spingeva sempre più oltre Roma, arrivava in Sicilia e attraversava anche il Mediterraneo per aprirsi piano piano all’oriente più vicino. La quieta grandezza e la nobile semplicità di cui ci parlava Winckelmann nei suoi studi sull’arte della classicità greco-romana, modello ineguagliabile di bello, risultato di armonica composizione, razionalità ed equilibrio non è più l’unico interesse di chi guarda al passato con l’occhio fisso sul presente.

Mentre nel Rinascimento si riteneva possibile elaborare modelli armonici capaci di ricreare, attraverso la composizione secondo dati sistemi proporzionali, nel piccolo dell’opera, un microcosmo a immagine del macro e trascendente in età romantica l’innalzamento al trascendentale non scaturisce dalla composizione armonica e definibile. Nel ‘700 è nell’incapacità di definire, di commisurare, di comprendere razionalmente che si trascende la sensibilità.

E’ in questo contesto che troviamo le riflessioni di Edmund Burke e di Kante. Per il primo il sublime produce l’emozione più forte che si possa sentire acuendo la tensione mentre per il secondo il sublime invece scaturisce dalla contemplazione di qualcosa tendente all’illimitato, informe, non definito, come il cielo stellato o una tempesta grandiosa. Il sublime porta stupore e meravigli, turba la contrapposizione tra ciò che con l’immaginazione si intuisce e ciò che i sensi non ci permettono di raggiungere. Dalla consapevolezza della nostra limitatezza scaturisce l’esaltazione di ciò che ci permette di trascendere i limiti della nostra sensibilità, usando le parole di Kant “attesta una facoltà dell’animo superiore a ogni misura dei sensi”.

L’architettura non può mai essere per sua natura immisurabile, illimitata, trascendente nella sua matericità ma può assumere caratteri evocativi, suggestivi, grandiosi, misteriosi nel gioco di forme, luci e colori, nella mutevolezza del suo formarsi nel tempo o nel suo disfarsi (si pensi al fascino delle rovine con cui siamo partiti). Può colpire la sensibilità e affascinare, condurre in un viaggio al tempo stesso intimistico e fuori di sé. Viaggi intimi e sublimi possono essere quei microcosmi personali che chiamiamo case quando esse sono capaci di rivelare nel privato un calore ed una sensibilità complessa ben al di là dell’ingessata immagine che si dà in pubblico di sé.

A cavallo tra ‘700 e ‘800 a Londra per aggiunte successive, variazioni e mutazioni lunghe decenni uno degli architetti più in vista d’Inghilterra, John Soane si costruì il proprio rifugio. La critica che Soane muoveva ai suoi contemporanei, di costruire edifici vuoti, privi di emozioni e significati si rende qui evidente. La semplicità e la ripetizione formale non trovano spazio. Piuttosto a ripetersi sono soluzioni singolari e trattamenti diversi degli spazi, caratterizzazioni estreme in accordo con quanto si legge in Le génie de l’architecture di Le Camus de Mézières, tra le letture più importanti per la formazione di John Soane:

ogni camera deve avere un carattere particolare. L’analogia e il rapporto delle proporzioni determinano le nostre sensazioni. Una stanza ce ne fa desiderare un’altra: quest’ansia occupa la nostra mente e la tiene sulle spine.

La realizzazione dell’architetto inglese riflette queste parole. La complessità dei luoghi, arricchita dall’uso dei colori e della luce creano un percorso all’interno della casa tra spazi dilatati e concentrati, bui e luminosi. Non lascia allo spettatore indifferenza o quieta contemplazione, è colpito ed interrogato e stimolato.  Siamo di fronte alla nuova sensibilità romantica. Il godimento estetico non deriva da una insita bellezza formale, ma dall’effetto, dall’impressione e dall’emozione dello spettatore; spettatore che è un individuo in equilibrio tra ragione e sentimento e non una pura razionalità cartesiana.

La poesia, la capacità espressiva e comunicativa dell’architettura si mostra prepotente. Ciò che mostra questa casa è la vicenda di colui che l’ha vissuta o meglio di colui attorno al quale è cresciuta.

Tale modo di concepire un’opera si evince già dalle riflessioni degli architetti francesi come Blondel o Le Camus de Mezieres che partendo dai concetti di carattere e convenance rendono manifesta l’idea che un’abitazione deve mostrare chi la abita, deve essere diversa a seconda che sia di un magistrato, prete o militare. Analoghe riflessioni sulla capacità poetico-comunicativa dell’opera architettonica erano condotte da Boullée che nella sua opera Architecture. Essai sur l’art scrive: “I nostri edifici, particolarmente quelli pubblici, dovrebbero in una certa misura divenire dei poemi. Essi dovrebbero suscitare in noi delle sensazioni corrispondenti alla funzione da loro svolta”.

La casa, ora museo, nasce già per ospitare e mostrare collezioni. Il collezionismo è un fenomeno da sempre collegato all’uomo, le cui origini vanno magari ricercate nel feticismo e nella sua idea forse consciamente dimenticata di beneficio ricevuto dal possessore dell’oggetto derivante dall’oggetto stesso. La collezione porta con sé temi associati come quello del tempo. In primo luogo come sfida alla morte e alla dimenticanza, in secondo luogo come volontà di rianimare il passato. E’ dal Rinascimento che del collezionismo si fa un’attività razionale ed ordinata. Le collezioni settecentesche di intellettuali e artisti reduci dai lunghi viaggi del Grand Tour, spesso oltre Roma, si inseriscono quindi in una tradizione.

Tradizione segnata ad esempio dai gabinetti di curiosità che nell’Europa del seicento raccoglievano ammirazione, raccolte di naturalia, artificialia e mirabilia spesso non razionalmente ordinate che stupivano i visitatori, teatri di meraviglie, le famose Wunderkammer, al tempo stesso luoghi di meraviglia e di diletto intellettuale. La collezione rappresenta un teatro di memoria, rimandi all’esperienza del collezionista, alla sua storia e ai suoi studi. Nella Description of the House and the Museum Soane si riferisce proprio a questo parlando de

…il desiderio naturale di lasciare la minor possibilità che queste opere d’arte vengano rimosse dalla posizione assegnata loro relativamente; essendo state ordinate come studi per la mia mente ed essendo state intese similarmente per giovare agli artisti delle future generazioni.

Ai sensi del visitatore erano presentati oggetti non semplicemente mostrati come emblemi di una esemplarità classica ma “reliquie” cariche di Sehnsucht (nostalgia), affidati alla memoria e alla meditazione, ispiratrici e richiami di un mondo lontano evocato.  La casa di John Soane è fatta per essere esperita e i suoi materiali, oltre alla concreta pietra, ai mattoni, al ferro, al vetro e a quant’altro la regge sono anche immateriali: Luce, Magnificenza, Grandezze e Mistero.

Soane probabilmente portò via con sé dall’esperienza di viaggio in Italia il desiderio di riscoprire ogni giorno nella sua casa a Londra le luminose atmosfere mediterranee. Lo studio e l’interesse, poi, per i testi francesi di fine settecento, tra i quali assume maggior importanza il libro di Le Camus de Mézières Le Génie de l’Architecture ou l’analogie de cet art avec nos sensations segnò profondamente la sua riflessione. E’ dal testo citato che egli deriva il suo interesse per il concetto di lumière mystérieuse: uno “strumento pieno di potere”. Essenzialmente l’idea espressa è che la luce riesce a caratterizzare gli ambienti, a creare effetti difficilmente esplicabili ma indubbiamente suggestivi. Boullée osserva che:

 E’ la luce che produce in noi varie sensazioni contraddittorie, che dipendono dal suo essere brillante o tenebrosa … Se potessi evitare la luce diretta e ottenere la presenza e ottenere la sua presenza senza che lo spettatore si accorga della fonte da cui deriva, ne seguirebbe un effetto di luce misteriosa, che produrrebbe impressioni inesplicabili e, in un certo senso, un effetto magico veramente incantevole.

Gli effetti della luce misteriosa amplificano l’interesse per la singolarità degli ambienti della casa museo. Il suo mistero rende lo spettatore incapace di comprendere appieno e razionalmente la natura dello spazio, di ricondurre a misura. L’effetto valica i limiti dell’intelletto e stimola l’emozione. L’elemento luce è da sempre stimolo per l’immaginario umano grazie al suo essere ponte tra immanente e trascendente, la più spirituale tra le cose materiali, e dona senso di sacralità ai fulcri della casa dell’architetto inglese. I sistemi di illuminazione che Soane utilizza sfidano le atmosfere del nord non semplicemente cercando di amplificare al massimo la luminosità perché come suggerisce Burke: “La luce in sé è cosa troppo comune perché possa produrre una forte impressione sulla mente, e senza una forte impressione non vi può essere nulla di sublime.” La luce è chiamata a giocare, filtrata attraverso vetri colorati, con il candore luminoso dei gessi, con le tenui tinte delle tele, con i vivi colori delle pareti. Negli effetti di contrasto con l’oscurità assume ricchezza lo stimolo che lo spettatore riceve, ospite di una scena teatrale percorribile ed esplorabile. Sempre citando Del Sublime di Burke

Anche la Magnificenza è fonte del sublime. Una grande profusione di cose, splendide o pregevoli in se stesse, è magnifica. […] Il disordine apparente aumenta la grandiosità …

Vi sono anche molte descrizioni nei poeti e negli oratori che devono la loro sublimità a una ricchezza e a una profusione di immagini dalle quali la mente è così abbagliata, che le riesce impossibile seguire quella esatta coerenza e quell’accordo delle allusioni, che esigeremmo in ogni altro caso.

E’ sufficiente percorrere le stanze e richiamare alla mente le disposizioni degli oggetti, delle opere e delle rarità all’interno della casa di Lincoln’s Inn Field e la corrispondenza con le parole di Burke appare evidente. Soane espone per accumulo, tutt’attorno al visitatore si sovrappongono stimoli visivi nella loro moltitudine. La serena contemplazione del singolo pezzo esposto è quasi impossibile. Il Dome, caso esemplare, rivela l’ossessione dell’intellettuale e del collezionista per le sue collezioni.  Ossessione forse nostalgica per un passato lontano e ora più che mai indefinito, che non si identifica con la semplice aurea età della classicità greco-romana. Le collezioni di John Soane e la loro esposizione palesano un gusto settecentesco legato all’ampliamento della scoperta delle antiche civiltà oltre il campo europeo, amplificando e fornendo nuovi stimoli sublimi spesso più nell’associazione ad idee grandiose che alla grandiosità stessa. Anche la vastità è infatti una delle più grandi “cause” del sublime. E’ in natura che essa si manifesta con più forza. La visione delle Alpi era una tra le più grandi suggestioni di cui i viaggiatori del Grand Tour riferivano. Ciò che più sconvolge lo spettatore di  fronte alla grandezza è il non riuscire a definire (nel senso etimologico di delimitare) a percepire nell’insieme. Pensiamo ad alcune incisioni di Piranesi dove la sua vastità delle rovine ritratte sconfina il foglio.

Ciò che allora fa di uno spazio uno spazio sublime è la proporzione, ma una proporzione diversa da quella dei canoni classici, proporzione che impedisce allo spettatore una reale percezione, che illude e già il Barocco si era mosso in questa direzione. La compostezza classica lascia spazio ad una disarmonia ricercata, crea una tensione. Si gioca quindi con gli spazi, creando sequenze di dilatazioni e compressioni. Creando, come nel Dome, un’altezza sproporzionata. Soane gioca con le dimensioni, distorcendole ed illudendo. Caratterizzando gli spazi nella singolarità, pensando alla percezione, lasciando da parte schemi compositivi palladiani. Non è da dimenticare anche l’uso degli specchi come strumento potente di illusione spaziale. Il mistero, ciò che non è conosciuto e conoscibile, oltre ciò che si comprende, è la parola meno rassicurante ma forse più forte e appropriata per stimolare una sensibilità romantica e inquieta.

La raccolta di queste note è stata stimolata dall’apparire sulla rivista Snaporaz di un articolo dedicato alla casa-museo di John Soane scritto dall’architetto Luca Galofaro con cui si è voluto dialogare idealmente.

Lascia un commento

In voga