La premessa è dovuta: quella che segue è la recensione del libro di un amico (Filippo Davoli, Temerissimo amore, Industria & letteratura). Non temo di dar adito a polemiche di amichettismo, per usare una brutta nuova parola, perché il lusso di noi che non contiamo niente è quello di poter fare ciò che vogliamo. Non spostiamo soldi e voti, non muoviamo alcunché.

La raccolta di Filippo Davoli, lo si scopre subito, è una lunga meditazione in poesia che l’autore offre avendo come sottotesto i vangeli. La poesia di un credente che non catechizza ma racconta. C’è la vicinanza all’esempio di David Maria Turoldo, a cui Filippo Davoli è molto legato, o al Gibran non tanto del più celebre Profeta quanto del successivo Gesù figlio dell’uomo.
Il percorso del libro parte da una poesia epifanica posta a chiarire che quelle che seguiranno non saranno esercizi di retorica ma la trasfigurazione in versi di un’esperienza di relazione con l’Alto che non è un’ingenua lode “rose e fiori”
L’idea del Cielo mi angoscia, non ne afferro
(come potrei?) la consistenza. L’assenza
del tempo mi sovrasta e mi impaurisce.
Oltre a Turoldo e Gibran si potrebbe avvicinare, più popolare, un’affinità di approccio di Tenerissimo amore con la rivisitazione dei vangeli apocrifi fatta da De André ne La buona novella. Un non credente in questo caso che rilegge le vicende con un’attenzione particolare allo sguardo di una madre. Una meditazione laica quella di De André che incrocia nelle parole finali del Testamento di Tito: nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore una riflessione suggerita da poche righe di Benedetto XVI [sic!] nei suoi volumi su Gesù scritti senza ambire a farne Magistero (ma che ora ci porterebbe troppo lontano… i curiosi possono chiedere). Non è accidentale nel voler recensire, o meglio parlare, di questo libro di Filippo Davoli il forse banale richiamo a De André al quale egli dedica uno studio (qui il link) partendo dalla celebre frase del suonatore Jones: Suonare ti tocca. In questa riflessione critica Davoli sottolinea che nella vocazione alla musica il cantautore da attore si fa agito, strumento della musica e della parola che va ad abitarla: “l’albero cavo che si è chiamati ad essere e a farsi perché attraverso la propria corteccia concava il flatus vitae possa al passaggio produrre il suono.” In questa figura non vi è anche il Giuseppe che troviamo nelle prime pagine della raccolta poetica?
Sei la conchiglia vuota che risuona,
la cavità dove il respiro si fa voce.
Tra i diversi temi che vorrei sottolineare credo infatti che questo sia centrale poeticamente: il fiato, il respiro. E’ il tema della libertà dell’opera che va oltre l’autore abitato da qualcosa che lo trascende, il tema del respiro vitale, dell’espressione, del soffio di vita ma anche il ricordo tristemente presente nel cuore di Filippo Davoli per la vicenda della dipartita dell’amico poeta Remo Pagnanelli che ha deciso di andarsene contrastando proprio il suo respiro vitale. Le poesie di questa raccolta, ma non solo, evocano continuamente il respiro che è il soffio, l’alito di vento che dona vita alla terra.
Il giovane ricco
Una cosa ti manca. Una soltanto.
Essere come il vento, non curare
da dove vieni e dove sei diretto.
Essere vento, respiro che si illumina
dilantandosi in dono.
[…]
Talita kum
[…]
Tornata alla vita, suscitata di nuovo
nel fiato, nella voce, nel battito
dell’esistenza, restituita
alla madre distrutta che implorava.
[…]
Il refolo della poesia esce libero e per questo Filippo Davoli come il suonatore Jones è costretto a scrivere e nel farlo a lasciarsi ascoltare e tollerare parole divaganti come queste perché la poesia esce e poi fa quel che vuole. Per riprendere una tradizione spirituale e sapienziale cara a Filippo anche il poeta (come Canetti chiama in genere chi scrive… sì, quell’Elias Canetti rinato con la frequentazione amichevole del dottor Sonne, poeta), o l’artista in senso più ampio, fa come il popolo sacerdotale dopo il Sinai rispondendo alle parole ascoltate con “faremo e ascolteremo”. Agire intanto per poi capire, studiare… e quindi Filippo Davoli risponde alla sua vocazione di scrittura senza farne mestiere ma esigenza primaria e naturale. Fa, scrive perché è ciò che gli tocca e capirà così qualcosa in più su di sé e oltre sé. Non lo fa da personaggio venerato della letteratura, altero, lo fa dal bar, dalle soste delle chiacchiere, dal tavolo della sua vecchia casa crocevia di ospitalità, senza mai isolarsi, senza rinunciare anche alle scorribande da perditempo in rete. La scrittura può essere sacrificata solo per i volti che cercano l’incontro:
Ci beviamo un arancio, mentre vorrei
abbandonarlo per scrivere e non posso.
Quante pagine ho perduto per attenderli,
questi volti dispersi che mi assomigliano.
Sono il libro più carico della mia vita,
povero scriba che credevi in chissà cosa.
Filippo, scrivere ti tocca per tutta la vita e ti piace, giustamente, lasciarti ascoltare.
[In apertura un’opera di Francesco Astiaso Garcia che ha firmato la copertina del libro Tenerissimo amore.]





Lascia un commento