A volte si ricevono segnali che il caso non esiste e che scrivendo tutto si lega in una traccia sempre più chiara.

Le poche note che seguiranno sembrano essere una prosecuzione del precedente articolo. “Se io avessi previsto tutto questo” direbbe qualcuno… Niente di programmato! Il fatto strano è che le pagine che hanno dato avvio a queste righe non erano state scelte per una riflessione sui termini di identità, popolo, nazione o simili ma per tutt’altro presupposto, ovvero la lettura di un libro per la preparazione di un viaggio di famiglia sulla Deutsche Marchenstrasse, un itinerario sorto nel 1975 nel mezzo della Germania sulle tracce delle fiabe dei fratelli Grimm, che conduce da Hanau a Brema. Una proposta di itinerario accolta inizialmente con diffidenza, poi rivalutata come un gesto d’attenzione ai gusti della prole ancora in età dell’infanzia [con l’augurio che lo stupore metta a freno i “quanto manca?” e i “siamo arrivati?”]. Un libro di cui già avevo sentito parlare radiofonicamente ma tornato all’attenzione come suggerimento personale in occasione di un dialogo con un colto e simpatico concittadino dei Grimm, nati ad Hanau ma poi presto trasferitisi a Kassel, ora adottato da una ridente cittadina delle Marche che forse con Kassel condivide alcune note come “città di provincia, carina […] apparentemente placida, appartata…”. Cittadina che con Kassel, mi dice lui, condivide anche un micro monumento ad Ercole, macro in Germania, copia dell’Ercole Farnese conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.  Nello scrivere fin qui si sta facendo qualche concessione in più alla sfera personale per entrare in sintonia col tono delle pagine di Silvia Ballestra che raccontano e meditano un’esperienza originale durata poche ore ma dilatata nel tempo della riflessione.

Il fatto è questo: l’autrice di Una notte nella casa delle fiabe, Laterza, si fa chiudere una notte intera nel Museo dei Grimm (o Grimmwelt – mondo dei Grimm) di Kassel e nella notte al museo ci aiuta a rischiarare la nebbiosa immagine che tutti, confessiamolo, abbiamo della raccolta delle fiabe popolari. Colpevolmente all’oscuro della rilevanza storica dei due fratelli Jacob Ludwig Karl e Wilhelm Karl intuisco grazie al libro la loro importanza come linguisti e filologi che si lega, al di là delle fiabe, al colossale progetto del dizionario tedesco, il progetto da loro avviato del Deutsches Worterbuch (il libro delle parole) conclusosi solo 120 anni dopo il suo avvio con un’opera di 33 volumi.

Proprio con questo approfondimento che ci viene offerto si torna ad un legame con il precedente articolo perché parlando dell’impresa sulla ricerca linguistica dei Grimm l’autrice scrive:

“La scommessa è riuscire a catturare tutta la ricchezza di parole, forme linguistiche, espressioni, in ottica etimologica, di storia della lingua, e con precisione filologica, visto che l’intento era quello di “registrare” il lessico tedesco dal 1450, ricomprendendovi anche le parole sparite, oscure o non più in uso. Con in più una precisa volontà politica: fornire uno strumento al popolo tedesco in vista di un’unità nazionale da compiersi, secondo il comune sentire dell’epoca, proprio su basi linguistica, non su quella dei confini territoriali.

[…]

Cultura e lingua comuni, però, non la razza e il sangue dei nazisti che sarà il cupo germanesimo nel Terzo Reich”

La Ballestra, neofita cultrice del tedesco, al contatto nel museo con la parola Volk ci rimanda al libro di Victor Klemperer, ebreo, autore di LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo:

“Attualmente la parola ‘popolo’ [Volk] si usa tanto spesso, parlando e scrivendo, quanto il sale nelle pietanze; su tutto si aggiunge un pizzico di popolo: festa del popolo, compagno del popolo, comunità di popolo, vicino al popolo, estraneo al popolo…” 

Parole che rimandano a loro volta per l’autrice a quelle di Camilla Miglio che molto si è dedicata ai Grimm:

“La Germania per loro era infatti più che altro la terra della luna, una terra materna, la terra natale legata alle radici, alle canzoni, ai giochi e alle fiabe, ai legami affettivi e spirituali, ai luoghi della memoria e dell’infanzia, nonché ad una lingua e ad una cultura che non rinnegavano mai questa interna ‘femminilità’. La Germania cioè era per loro più che una patria (Vaterland), una Matria (Heimat)…”

Non occorre soffermarsi oltre. Il libro offre sufficienti stimoli volendoli cogliere e ad esso è giusto che si rimandi segnalando l’uso pervasivo attuale di parole come “nazione” nelle più alte sedi del potere politico verso il quale, come qualcuno insegna, va sempre nutrito un sano rifiuto. Gli stessi Grimm non sono proni al potere ma si rivelano pronti a guerreggiare con esso.

“Sono leali ai loro principi, i due Grimm, e quando Ernesto Augusto, salito al trono di Hannover, abolisce la costituzione, si uniscono ad altri cinque professori (un fisico, due storici, un orientalista, un giurista) nella protesta che comporterà l’allontanamento dei “Sette di Gottingen” 

[…]

Anni dopo, anche un giovane Karl Marx avrebbe avuto parole di elogio per il Manifesto dei Sette scritto da Jacob, dichiarando che raramente aveva letto qualcosa di così bello e pieno di forza.”

Dei ‘topi di biblioteca’, compilatori di schede e lemmi, attenti ascoltatori di quella componente femminile della tradizione orale pronti a cozzare con l’autorità. Studiosi non facinorosi che indagano la letteratura, chiamata comunemente popolare, che lascia i nomi femminili facilmente ricoperti di polvere, non depositata invece sui Perrault e sugli Andersen, questi fratelli Grimm patiscono la scelta di libertà politica criticando il potere e coltivando la lingua che lega e mette in relazione. Quella lingua, il tedesco, che neanche Hannah Arendt vuol rinnegare così come vuol difendere nonostante tutto anche Elias Canetti. Una lingua vittima delle azioni del potere che ha operato con essa. Silvia Ballestra che nel suo scritto, non corposo, chiama a dialogare molte altre voci cita a riguardo le parole di Dino Baldi scritte nell’introduzione al libro di Mark Twain, La terribile lingua tedesca, edito da Quodlibet:

“Oggi […] il tedesco suona alle orecchie dei più come una lingua dura e spietata, nella quale anche le parole più inoffensive diventano minacciose. Il tedesco è, si può dire, un’altra vittima delle due guerre mondiali: è la lingua cattiva e sempre urlata del comando, degli Schnell, dei Fertig, dei Kaputt, la lingua della paura e della micidiale efficienza teutonica.”

Lasciamo ora stare anche quella che, pur non essendo un etologo, riterrei essere la stupidaggine della lingua tedesca come la più appropriata per l’addestramento dei cani, ma ormai il pregiudizio sul tedesco sarà probabilmente difficile da scalfire.

Il recupero delle favole nazionali sono un tentativo di salvataggio della memoria e di custodia della lingua che però non ha limiti chiaramente definiti. Le diverse tradizioni quasi fossero un territorio in mezzo ad altri ha confini labili e sfrangiati, dissolti in una zona di felice malinteso, con-fusione e scambio che rende difficile delimitare ciò che è francese da ciò che è tedesco, da ciò che si rimescola più a Nord o più a Est. Le mille e una notte possono toccarsi con certe storielle yiddish e arrivare sulle rive dell’Hudson come nell’America latina. Le fiabe superano confini e mezzi.

Scrive l’autrice, a proposito della diffusione delle fiabe, che un assente eccellente nel Grimmwelt è la Disney, il più grande diffusore moderno delle favole dei Grimm, e non solo, con la produzione dei primi tre grandi film animati di Biancaneve, Cenerentola e La bella addormentata nel bosco, il volto gentile della femminilità che si oppone a quel mondo di vecchie streghe a cui il libro dedica molta attenzione con una specifica sezione. Streghe: una problematica visione femminile inserita in un’ampia trattazione dall’origine dei miti (archeomitologia) che registra “una diversa dialettica tra i principi del femminile e del maschile” tra il III ed il I millennio a.C. quando la Dea madre perde la sua centralità naturalmente impostasi in antico per la capacità di generare. Fatto che non poteva non nutrire il sacro stupore. Chi da maschio ha assistito oggi a dei parti che pur medicalmente processati, razionalmente intesi e seguiti scrutando fin dai primi istanti il buio di un ventre, non può non aver sentito l’eco di questo stupore originario.

Finiscono qui le poche, sconnesse, righe su Una notte nella casa delle fiabe di Silvia Ballestra, Laterza, 2024, scoperto e letto in tempo utile per non essere un ingenuo lettore di fiabe alla ricerca di fatati autoscatti vacanzieri sulla Marchenstrasse.

[In conclusione rinnovo il ringraziamento all’amante dei libri dalla città delle Marchen alle Marche per la segnalazione del testo .]

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