Nato il 14 agosto del 1945 è prossimo a compiere ottanta anni Wim Wenders. Che sia un celebre regista è inutile dirlo. Quali siano i suoi maggiori successi e il taglio del suo stile lo lasciamo raccontare a chi ha più competenza. A noi preme accennare ad un incontro che ha avuto col suo conterraneo e coetaneo Anselm Kiefer.

Tornando indietro: nel 1998 a firma di Paolo Federico Colusso uscì per la collana Universale di architettura diretta da Bruno Zevi un piccolo volume esito di un montaggio quasi cinematografico di spezzoni di scritti ed interventi del regista inerenti al suo rapporto con i luoghi e l’architettura dal titolo Wim Wenders. Paesaggio luoghi città. Quando il libro fu scritto ancora non era emerso il lavoro da ritrattista del regista tedesco. Dovevano ancora arrivare i suoi lavori di documentarista su Pina Bausch (Pina, 2011), Sebastiao Salgado (Il sale della terra, 2014), Papa Francesco (Un uomo di parola, 2018) ed il recente su Anselm Kiefer (Anselm, 2023, Lucky Red). Tra le pagine del libro a cui si rimanda si accumulano quindi le riflessioni del Wenders narratore di storie che nutre però un profondo interesse per la cornice, spesso urbana. Mancava necessariamente qualsiasi riferimento nel libro anche al bellissimo Perfect Days (2023) dove porzioni di Tokyo sono co-protagoniste del film. Grandi scenari raccolti da inquadrature fisse e minuti luoghi della più intima umiltà: bagni pubblici ed una modesta abitazione. Una vista pacificata su una banale vita di un addetto alle pulizie che nella ritualità di vita trova la via di una serenità precaria sopra una ferita aperta, che non scopriremo mai. Vi vediamo un Giappone magari ritratto in uno stereotipo di armonica e raffinata compostezza, dove il rito del tè cede il ruolo di preminenza celebrativa all’igiene dei sanitari, ma non per questo non interessante. Uno shintoismo, una via, che guarda all’equilibrio di lavoro, contemplazione della natura (nella pausa pranzo) e cura della vita interiore con musicassette e letture serali.
Diverse sono le città rappresentate da Wenders. Centrale, a nostro avviso, è la sua meditazione su Berlino. Una meditazione condotta anche grazie al rapporto con Peter Handke col quale ha condiviso la sceneggiature de Il cielo sopra Berlino e dal quale ha ricevuto la poesia Elogio dell’infanzia che apre e chiude il film. Una poesia, quasi filastrocca, che dialoga mirabilmente con le parole dell’anziano personaggio, secondario solo apparentemente, di Homer, il vecchio poeta. Un film di molti appigli per la riflessione che fotografava un istante in cui la Germania, e l’Europa, stavano per cambiare. Era l’anno 1987, il Muro ancora solido osservava con attesa i movimenti che venivano dall’est.
Una storia di umanità e d’amore dialogava con la condizione di una città, e la sua storia, ancora mesta a scontare una colpa su cui non era permessa alcuna parola se non appunto qualche auspicio del vecchio Homer, interpretato da Kurt Bois, che invoca la grande narrazione della pace, stanco di cantare re e guerrieri, desideroso di fatti di pace, qualsiasi essi siano, fossero anche “le cipolle messe a seccare”:
[…]
Ma ancora nessuno è riuscito a cantare
un Epos di pace.
Cosa c’è nella pace che
alla lunga non entusiasma e
che non si presta al racconto?
Devo darmi per vinto, ora?
Se mi do per vinto allora
l’umanità perderà il suo cantore.
E quando l’umanità
avrà perso il suo cantore
avrà perso anche l’infanzia.
[…]
La Germania del dopoguerra aveva voluto dimenticare la guerra. Wenders in un discorso tenuto nel novembre del 1991 (pubblicato in Wim Wenders, L’atto di vedere, Meltemi, 2022) racconta del vuoto nella visione, un vuoto che era rimasto alle spalle dove
tutti guardavano rapiti in avanti, impegnati com’erano nella ricostruzione, si lavorava per il miracolo e questo miracolo economico fu possibile soltanto con un incredibile sforzo di rimozione. L’incredibile risultato non era appunto una nuova fenice, ma il dimenticare le ceneri da cui ci si risollevava.
L’angelo della storia di Benjamin si era voltato. Non più con gli occhi all’indietro trascinato in avanti come da un vento che lo riporta in alto a veder accumularsi rovine su rovine ma con lo sguardo in avanti a dimenticarle le rovine. Quello stesso angelo che insieme a diversi altri stimoli, come anche le Elegie duinesi di Rilke, lo avevano portato a popolare il cielo di Berlino di angeli attenti. E di un angelo che volle farsi umano interpretato da Bruno Ganz, chiamato poi nel 2004 nel film La caduta di Oliver Hirschbiegel a guardare in faccia il demone rimosso, Adolf Hitler.
Wenders nacque proprio appena dopo la catastrofe. L’8 maggio la Germania capitolò, il 6 agosto Hiroshima fu colpita, il 9 toccò a Nagasaki. Il14 agosto nacque a Dusseldorf. Pochi mesi prima a Donaueschingen, nel circondario della Foresta Nera nacque Anselm Kiefer. Entrambi appartengono alla generazione che da questa dimenticanza negli anni ’60 iniziarono a disvelare gli occhi del paese e ad aprire un percorso di riflessione su ciò che era stato rimosso. Anche la rovina, bel lontana da quella teorizzata da Albert Speer, era utile a ricordare. Così scrive Wenders in Stanotte vorrei parlare con l’angelo, Ubulibri, 1989:
Il disfacimento si iscrive nella memoria in modo sicuramente più netto di ciò che è intatto. Il disfacimento ha per così dire una superficie antisdrucciolevole, su cui il ricordo può fissarsi. Su tutte le superficie pulite e intatte, la memoria scivola via.
Anselm, il ritratto in film di Wim Wenders sul suo “gemello”, tra i massimi artisti contemporanei ancora in vita, lo racconta con molta attenzione. Il tema della memoria è chiaro e soprattutto lo quella memoria stridente che deve fare i conti col dramma che la poesia Fuga di morte di Paul Celan, centrale nel film, rinnova a chi la ascolta:
Negro latte dell’alba noi lo beviamo la sera
noi lo beviamo al meriggio come al mattino lo beviamo la notte
noi beviamo e beviamo
noi scaviamo una tomba nell’aria chi vi giace non sta stretto
Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive
[…]
Kiefer è artista figurativo che trova materia nella letteratura. Si nutre di poesia, come egli stesso sostiene, appiglio a cui necessariamente ricorrere per muoversi nel mondo. Artista dai molti riferimenti che si attingono al popolare, al colto, al misticismo e alla tradizione antica che in parte la furia della Germania nazista ha voluto rimuovere ‘purificando’ il Volk.


Pur essendo nelle nostre note centrale la predilezione per la riflessione attraverso le parole in questo caso la forza espressiva del documentario di Wenders la riconosciamo come mezzo primo (escludendo le opere stesse dell’artista) per entrare in contatto con Kiefer. Noi abbiamo tentato di approfondirlo ricorrendo all’amata carta prendendo in mano il saggio di Vincenzo Trione, Prologo celeste. Nell’atelier di Anselm Kiefer, Einaudi, 2023 ma, anche se non è cortese scriverlo, ci sentiamo di reputare il saggio non ben riuscito. Lo facciamo nella libertà di non nuocere alla rispettabilità dell’autore, premiato da altri più competenti lettori (in fondo a noi chi ci legge?), altrove sentito in conferenza illustrare con efficacia e con parole ben più contenute l’opera di Kiefer. Il libro, un saggio che racconta l’esperienza biografica dell’avvicinamento ai luoghi dell’artista tedesco, è ricco, troppo ricco di rimandi e citazioni. Certo, significative per dar l’idea del nugolo di complessità di un’opera artistica ma alla fine confuse nel non andare a centrare quello che l’opera fa, cioè ambire ad una sintesi che è poi foriera di altre riflessioni. Se Kiefer condensa una grande quantità di riferimenti e meditazioni che sono un po’ come il cono superiore di una clessidra, la sua opera è quel minuscolo punto di giunzione col cono inferiore. E’ il punto dove tutto passa e apre all’interpretazione. Ci interessa quell’inafferrabile punto da cui qualcosa scorga e meno la massa di sabbia.

Siamo eccessivamente severi, lo riconosciamo, perché il libro è stato letto solo dopo la visione del documentario che fa incontrare due dei maggiori artisti tedeschi che sanno cosa sia mostrare, comunicare, ritrarre, raccontare. Altra cosa rispetto a noi pedanti postillatori.





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