Robert Byron, il distinto gentleman a cui abbiamo rubato il nome, nell’estate di 100 anni fa esatti con due amici noleggiò un’automobile per intraprendere un viaggio in Europa. Scendendo da Londra raggiunse finalmente l’Italia e l’attraversò per salpare alla volta della Grecia. Ce ne parla in L’Europa vista dal parabrezza pubblicato da Excelsior 1881. Lasciò fuori dall’itinerario (Passo del Brennero – Trento – Verona – Vicenza – Bologna – Ferrara – Firenze – San Gimignano – Volterra – Siena – Pienza – Montepulciano – Perugia – Roma – Gaeta – Napoli – Brindisi) una certa Italia sulla quale noi abbiamo voluto affacciarci. Una parte dell’Italia interna sulla dorsale appenninica che vede scendere, come l’acqua dei fiumi che fa sgorgare, i suoi abitanti sempre più in giù a valle, fino alle coste. Come il Nera, affluente del Tevere, verso Roma e come il Chienti verso l’Adriatico. Ancora molto e drammaticamente di più dopo che la terra li ha scossi e fatti scendere a forza, “sgrullati” come si dice lì. Se ne sono andati quasi tutti e anche in estate, seppur lenita da qualche viandante, non vede più i suoi paesi come località di villeggiatura estiva romana, quasi colonie di ritorno riprese con un Ver Sacrum invertito dagli italiani attuali rispetto a quello degli antichi italici, quando da un insediamento si partiva per farne di nuovi. 

Byron ha trovato a zonzo per queste zone una figura, cara, a lungo conosciuta solo come una voce. Non la Sibilla appenninica che già nella precedente nota sul libro di Adrian Bravi abbiamo visto in qualche modo comicamente stravolta in un uomo col riporto che si chiude nelle grotte di Cingoli. Una voce di quei preziosi pomeriggi in cui si poteva rimanere in ascolto della radio ad ascoltare di libri ed idee. Una voce familiare al punto tale da portare una generazione come la nostra vicina a quel lapsus degli anni infantili mamma/maestra e papà/maestro. Quella generazione di liceali o universitari dei primi anni duemila che ascoltavano rapiti Marino Sinibaldi e Loredana Lipperini (sì, è di lei che parliamo) chiedendosi sempre: ma possono aver letto così tanto? Possibile che vadano così spediti senza un balbettio? Quella generazione con uno zoccolo duro di affezionati di Radio3 che conoscevano la redazione di Fahrenheit come le storiche formazioni di calcio delle squadre di una volta, stabili, fedeli: Sarti, Burgnich, Facchetti… anzi no: Benedetta Annibali, Giosuè Calaciura, Michele De Mieri…

Voci purtroppo perse per quel maledetto meccanismo (possibile?) del pensionamento. Per inciso, che sorpresa poi ritrovare la Lipperini sporadicamente a Pagina3!

Tornando al filo del discorso principale, Loredana Lipperini ha popolato, e non solo quest’anno, l’estate dell’entroterra marchigiano (e umbro). Scopriamo solo di recente, anche se lo avevamo intuito data l’attenzione lungamente prestata negli anni successivi al Sisma del 2016 alle zone colpite, è originaria, più esattamente lo è suo padre, di Serravalle del Chienti, in provincia di Macerata, paese epicentro del sisma del ’97 impresso nella memoria di molti per il crollo della volta nella Basilica superiore di Assisi che uccise quattro persone, e di nuovo colpito ormai nove anni fa. Confessiamo di conoscere Loredana Lipperini solo come giornalista attiva in radio, carta stampata e web. Non la conoscevamo come scrittrice e, in fondo a questa nota, forse concluderemo che tutt’ora non la conosciamo perché non è una scrittrice di una sola voce. Il libro che abbiamo preso per avvicinarla è un libro che è sì memoir ma non solo, è romanzo in parte, ma non solo, e reportage… anche? E’ difficile apporre un’etichetta. (Il Regno di Emmanuel Carrère è un saggio?). Fondamentalmente resta un racconto personale che ha al centro Serravalle del Chienti (MC), luogo di memoria familiare, di distacco e di ritorno. In chi scrive, ascoltandolo con fare da confidente, si scusi la pateticità [promettiamo di rientrare presto nei nostri ranghi di ironico distacco, da snob britannici quali siamo], ha richiamato alla mente la lontana impressione scaturita dal vedere le lacrime di una vecchia professoressa di latino crollata dietro la cattedra sotto l’accusa della classe che recriminava contro di lei per i pessimi risultati. L’umanità dietro una figura altrimenti solidissima e autorevole.

Un libro scelto anche dopo aver letto online questa recensione:

“Un libro difficile da seguire, a volte sfibrante, e soprattutto la voce di una donna ormai avanti con gli anni, forse il rimpianto di un tempo che non tornerà più (un’infanzia e un’adolescenza ormai lontane) e la volontà di tracciare un percorso, di spiegare degli eventi della propria vita (dalla morte del padre, e della cara amica, alla nascita e morte di Lara Manni). C’è una volontà di tirare delle somme. Le somme le ho tirate anche io come lettore e devo dire che il tutto diventa vuoto gioco intellettuale, vacuo esercizio di stile. La scrittura stanca, la narrazione ammorba, il languore di una femminilità avvizzita diviene greve, le descrizioni eccessive, e alla fine il tutto finisce quasi per essere un elenco di azioni, personaggi, luoghi e frammenti. Frammenti che non sempre si legano al meglio e lasciano in bocca solo un senso di vuoto, un interrogativo mal riposto, una mancanza mai colmata.”

Una recensione che ci sfida: “Possibile che Loredana Lipperini abbia scritto qualcosa di così brutto? E possibile che delle pagine mal scritte possano farle meritare pure il ludibrio e tanta cattiveria?”  Iniziamo il libro mentre siamo in treno, che lo crediate o meno, e presto capiamo che pur con questo titolo, Quel trenino a molla che si chiama il cuore, non vi è nessun trenino da incontrare (niente di simile alla ormai celebre “Transiberiana” d’Abruzzo reclamata dalle agenzie di viaggio) per i luoghi che l’autrice percorre. Niente locomotive e strade ferrate. Semmai si parla di strade, ma ci arriveremo. Scendendo lungo la linea ferroviaria adriatica (scendevamo da Venezia, ricordavate?) comprendiamo qualcosa di quel che vuol raccontarci. Lo capiamo quando superata la Romagna alla volta di Pesaro il treno prosegue a sud allontanandosi dalla costa, immergendosi in un attimo tra i colli, salutando Gradara. Nuovamente lo farà presso Ancona. Abbandona la densa costa adriatica per suggerirci di inoltrarci. E per il “vuoto gioco intellettuale” dal quale il recensore di cui sopra ci mette in guardia chiamiamo in causa le parole di Carlo Bo che dalla sua patria elettiva di Urbino scrive una delle più belle dichiarazioni d’amore per un luogo che noi conosciamo:

Le Marche vivono per aria, sospese dentro un’idea di poesia quanto mai libera, per cui anche la storia che stata spesso illustre non ha più un peso specifico e viene assolta da un’altra pronunzia delle cose.

La regione plurale è conoscibile in una geografia molteplice senza un centro con:

innumerevoli piccole valli che appena si lasciano intravvedere dal passante frettoloso che forse sono più gonfie di mistero.

Un senso di attenzione al mistero del piccolo, del lento che ci aiuta ad illuminare ancor di più il senso di una riflessione della Lipperini sulla strada che invade la “sua” valle, il progetto della Quadrilatero e le sue menzogne. Una riflessione che merita ascolto, ormai una riflessione che a distanza di anni ha anche il vantaggio di un triste riscontro sulla realtà e la capacità di aprire dubbi anche in chi ha sempre sostenuto che, in effetti, queste aree interne ora le si attraversano molto più speditamente. Qui è il problema: non vi ci si sosta più, non le si abitano più, si sorvolano. Le riflessioni di più di dieci anni fa risuonano ancora più acute ora dopo un nuovo catastrofico terremoto. Nel libro diversi piani del racconto, dall’emotivo al documentale, convergono, si assommano cercando di dar ragione di una complessità reale che è l’esistenza di una persona. Perché si può essere questo, ma anche quello, e ancora quest’altro. Tutte voci legittime, insieme, così come i più di cento Fernando Pessoa sotto eteronimo che scrivono e dialogano come anche quella Lara Manni che si godeva il lusso di scrivere con la più grande libertà alle spalle di Loredana Lipperini. Quanto lo comprendiamo noi di Byron!

Loredana Lipperini che per noi, come per molti altri, era solo voce, è anche un corpo che si aggira nelle aree interne appenniniche che qualcuno ha già inteso prefigurare abbandonate. Si aggira le estati nei luoghi del libro, i più ‘radical chic’ che si possano immaginare. Cercate sui social le sue foto per Serravalle del Chienti e per gli altopiani sopra Sefro. Altopiani dove in estate, più o meno nel periodo dove va celebrata con raccoglimento la battaglia di Canne o se si vuole il grato ricordo dell’Imperatore Traiano, colui che spinse l’Impero alla sua massima estensione territoriale, nel giorno della sua morte (indicativamente il 7 di agosto), si radunano quei neo-celti che la ascoltano volentieri dialogare sotto il nome/nume tutelare di J.R.R. Tolkien, mandando molti in confusione: ma non era di destra quello lì? E con questo torniamo alla difficoltà, o l’irragionevolezza, di etichettare il suo libro.

[Nota: Coloriture partitiche e appropriazioni politiche stanno strette a Tolkien. Si ascolti, per tornare a parlare di Radio3, il bel ciclo di Loredana Lipperini e Arturo Stalteri: John R.R. Tolkien, Un viaggio inaspettato del 2017]

Abbiamo concluso la nostra nota senza recensire alcunché. Non ne siamo capaci, non abbiamo le doti dei veri critici ma non per questo non possiamo parlare di un libro, con simpatia in questo caso. Scorgiamo la faticosa e medicamentosa necessità di raccontare e di esporsi, scorgiamo il desiderio di cercare ordine e di vivere quell’illusione della scrittura che sfida la morte consegnandosi. E la sfida bene. Per quanto a soli dieci anni dalla pubblicazione, inattuale come con vezzo snob siamo noi, ‘postumi’, se solo fossimo geniali, lo abbiamo scovato ora, e letto ora, in un tempo opportuno, in un momento privilegiato di leggibilità. Non un libro nato morto per il consumo ma un libro opportuno in questi mesi, anni, con una ricostruzione post-sisma faticosa, parole pericolose sull’abbandono delle aree interne e celebrazioni grandiose di nuove grandi opere all’orizzonte, come fu quella della Quadrilatero osteggiata dall’autrice.

Amiamo i viaggi, anche quando non si spingono per le valli dell’Oxiana o l’altopiano iranico. Ci lasciamo volentieri accompagnare per luoghi a noi più prossimi di quanto si possa pensare, pensiamo la sera di questa domenica passata camminando per Montemonaco (AP), ai piedi della Sibilla.

Una risposta a “Con Loredana Lipperini a passo lento per la Val di Chienti.”

  1. […] ancora con le nostre letture per le stesse terre dell’ultima nota. Abbiamo in mano un libro diverso da quello di Loredana Lipperini già nel porsi della rigida […]

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