
Indugiamo ancora con le nostre letture per le stesse terre dell’ultima nota. Abbiamo in mano un libro diverso da quello di Loredana Lipperini già nel porsi della rigida copertina cartonata quadrata che lo presenta come un volume da consultazione lenta: Lucia Tancredi, Racconti di viaggio. Le città d’arte della marca maceratese, Quodlibet, 2003. Un libro itinerante che ben si addice al nume tutelare della casa editrice maceratese, ovvero quell’omino, instancabile camminatore, con ombrello posto a logo: Robert Walser. Lo sfogliamo con immediata simpatia, noi che ci nascondiamo dietro il nome di Robert Byron, maestro di stile di Bruce Chatwin. Di un buon libro di viaggio, sia esso esotico o ai limiti del domestico, Racconti di viaggio. Le città d’arte della marca maceratese ha una delle condizioni più necessarie: lo sguardo estraneo. Sia l’autrice che l’illustratore, Heidaki Kawano, non sono marchigiani. Lo sguardo del visitatore, o meglio, lo sguardo dello spettatore, a differenza di quello dell’attore è quasi sempre più sensibile. Lo ripetiamo richiamando l’esempio di Carlo Bo e dei suoi scritti sulle Marche, gli scritti di un ligure adottato da Urbino e trovatosi immerso in quella terra di medietà che la sua Liguria non aveva potuto rappresentargli, stretta tra il mare e la montagna incombente. Se poi l’estraneo che osserva un luogo è anche maestro di un linguaggio allora il suo racconto può rapire. Lucia Tancredi è maestra di scrittura, maestra raffinata. Bastano poche righe a far capire che la sua è una lingua consapevole dell’alto ruolo che le è riservato: difendere la ricchezza del pensiero e combattere l’appiattimento, la banalità. Una scrittura ricca, e a volte sorprendente nella ricercatezza degli aggettivi [ma smettiamola subito ché noi non siamo critici letterari! Noi che a malapena riusciamo a chiudere una nota senza errori], che non argomenta ma dipinge poeticamente, suggestiona. Racconta i luoghi, i paesaggi umani, avendo in mente ciò che è nelle cose ma anche oltre loro con sguardo che ha i colori della pittura, dall’autrice così amata. Si pensi alla familiarità della Tancredi con l’arte attraverso il suo romanzo su Lorenzo Lotto (Lucia Tancredi, L’otto, casa editrice Ev, 2016), ma forse anche ad una familiarità con la profondità dell’interiorità e della mistica saggiata con i libri da lei scritti su Ildegarda di Bingen (Ildegarda, la potenza e la grazia, Città Nuova, 2009) e su Santa Monica (Io, Monica. Le confessioni della madre di Agostino, Città Nuova, 2006). Sembra scorgersi in controluce nelle pagine un imperativo etico di cura della lingua che si mescola all’affetto per un territorio che è forse affetto per una parte della vita dell’autrice. Un calore di scrittura che sfata l’idea che i ‘ritratti’ dei paesi del libro siano un ruffiano ammiccamento rivolto al lettore che da quegli stessi paesi legge di sé come lo sono, diversamente, i microtesti degli oroscopi che ad ognuno devono saper raccontare con finzione deliziando nel bene o nel male.
L’altro estraneo, straniero, che ‘scrive’ il libro, l’artista giapponese Heidaki Kawano, prematuramente scomparso nel 2024 dopo quarant’anni in Italia, parla un’altra lingua, quella del segno grafico. Le sue tavole accompagnano il libro come formelle quadrate di una porta istoriata. Il libro è sintesi di questi due linguaggi.
Chi scrive ha avuto l’onore un giorno di essere invitato ad una presentazione di un libro dove erano raccolti ‘quadri’ biografici. In quell’occasione offrì un suo amato passo di Borges preso dall’epilogo de L’artefice:
Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto.
Il racconto di viaggio, di paesaggio (ed il suo disegno), hanno un confine labile con quello biografico ed interiore. Tra gli autori di queste terre che cercano sempre di farlo coesistere riterremmo di chiamare in causa Tullio Pericoli, a cui Silvia Ballestra ha dedicato nel 2011 una biografia: Le colline di fronte. Un viaggio intorno alla vita di Tullio Pericoli, Rizzoli, recentemente ripubblicato da Laterza e non casualmente con un disegno di copertina dove l’uomo ed il paesaggio sono legati dallo stesso segno.

Le spalle ed il capo sono un colle tra gli altri a scrutare in lontananza uno dei corsi d’acqua, il Tronto, posti a pettine tra crinali di colline degradanti che arrivano all’Adriatico. Con questa copertina viene in mente anche un celebre ritratto che Pericoli fece di Samuel Beckett, messo nella copertina di Ritratti di ritratti, Adelphi, 2023, dove i solchi del viso del drammaturgo sono paesaggio esso stesso, segni del tempo, segni della storia, il labirinto di linee di Borges.






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