Le città di pianura di pianura di Francesco Sossai è un film indipendente di recente e lento successo. In rete si trovano molte interessanti recensioni. Noi ne facciamo una breve lettura partendo dall’elemento architettonico che certo caratterizza il film a partire dalla locandina. Vi si vedono i tre protagonisti del film, dopo una peregrinazione per la provincia veneta, presso la tomba Brion di San Vito d’Altivole (TV). Un riferimento a Carlo Scarpa, autore della celebre architettura, che certo ha attirato molti architetti nelle sale, oltre al pubblico del nord-est, curioso di vedersi rappresentato sul grande schermo. La storia essenzialmente è questa: due cinquantenni dalla vita sregolata, eternamente alticci, sembrano aver scovato il segreto della vita dopo lunghe chiacchiere illuminate dall’ennesimo bicchiere. Ma un po’ come succede in quello stato di dormiveglia in cui gli ultimi pensieri del giorno si mescolano alle prime rivelazioni del sogno il filo del ragionamento si perde all’istante. Il punto è perso. Il film inizia da lì e da lì, con la voglia di ritrovarlo questo segreto, parte il rito del bicchiere della staffa, l’ultima bevuta prima di congedarsi. I due, però, Carlobianchi (tutto attaccato) e Doriano, non possono separarsi. Inizia così un percorso errante per il Veneto con una prima puntata verso Venezia alla ricerca dell’ultima bevuta. E’ lì, presso la chiesa di San Nicola da Tolentino (la chiesa dei Tolentini) di Venezia, di cui già in parte abbiamo parlato (https://byroncult.com/2024/09/29/carlo-scarpa-e-giorgio-agamben-lidea-di-porta-e-soglia-nellingresso-dello-iuav/), che, con il bacareto da Lele (luogo istituzionale per gli universitari veneziani del vicino IUAV) chiuso, la provvidenza benevola li fa incontrare con la coda serale di un festeggiamento di laurea. Si può scroccare una bevuta, finalmente. I due incontrano Giulio, studente fuori sede, meridionale ligio al dovere, che è combattuto tra il seguire il flusso dei festeggiamenti della sua amica veronese Giulia, della quale è invaghito, o rientrare a casa per prepararsi alla revisione del giorno dopo. Apparsi come il Gatto e la Volpe di Pinocchio, Carlobianchi e Doriano lo portano sulla cattiva (?) strada aprendolo ad un percorso on the road nella notte passata in bianco, prassi consolidata per gli studenti di architettura – “la notte” – alla vigilia delle revisioni dei progetti in facoltà, ma stavolta consumata tra bicchieri e peregrinazioni per il Veneto. 

Giulio cerca timidamente il rapporto con Giulia muovendo i suoi passi incerti a partire dal comune interesse di studio. Nel salutarsi presso il pronao dei Tolentini, quando la ragazza è presa dal flusso dei festeggiamenti e dalla serata da tirare a tardi, torna a battere sull’architettura: vuole andare con lei dopo tanti anni a visitare un luogo mitico della modernità veneta, la tomba Brion di Scarpa. E’ impacciato all’inverosimile e l’unica confidenza, o il pretesto dell’incontro, lo cerca per tramite di Carlo Scarpa. Anche quando alla fine del film si decide a chiamarla per tentare un nuovo appuntamento parla di raggiungerla a Verona per andare a visitare insieme l’intervento scarpiano di Castelvecchio. Carlobianchi e Doriano sono per lui provvidenziali. Loro che hanno colto il segreto della vita, del mondo, anche se non se lo ricordano. E’ del loro mondo che parlano o del mondo in genere, chiede Giulio. Che differenza fa? Sente rispondersi.

Rapito dai due, Giulio, compie un viaggio di formazione, non dei più nobili, ma certo efficace, nell’apertura alla realtà. Con l’auto dei due amici alticci sfiorano il cimitero di San Vito d’Altivole e sfuma il suo desiderio di andare a visitare la tomba Brion una prima volta. Il pensiero per quel luogo rimane, forte come non mai nell’evocazione dei due cerchi intersecati lasciati dai segni lasciati dal bicchiere di vino rosso di Doriano una volta messisi a tavola nel ricordo dei bei tempi in cui sedevano in tre col il loro amico Genio (Eugenio), collega in una fabbrica di montature per occhiali nel bellunese. La base umida del calice in vetro lascia il segno dei due cerchi che è l’immagine riconoscibile della tomba Brion, quella che appare spesso in foto, quella che è nella copertina del libro che Giulio aveva comprato per la laurea di Giulia come regalo. Un segno grafico, l’unione dei due coniugi che non vive nel poetico memoriale ma nella traccia del vino. Chi conosce Scarpa sa quanto egli vivesse nella venerazione degli elementi formali della tradizione architettonica. Tra questi citava spesso ad esempio la base attica, un congegno di grande bellezza, una forma compiuta, bella che affondava nel suo ricordo dei giochi d’infanzia presso le colonne di Palazzo Chiericati di Andrea Palladio a Vicenza. La base del calice nella sua circolarità ha la stessa compiutezza, la stessa perfezione di forma della base attica, non nella pietra chiara ma nella trasparenza del vetro, nella cui lavorazione Scarpa è stato maestro. Strani legami. Una forma non a sostegno di una colonna d’ordine classico ma di una coppa di vino, verità concreta. I due ubriaconi aprono Giulio ad una verità di vita, lo elevano quasi come mistici improbabili della tradizione sufi. Ecco quindi che quando infine la raggiungono la tomba Brion l’esperienza è massima. Giulio supera la sua condizione di amante dell’architettura, di colui che vuole spiegarla, nel suo cliché estetico dello studente con la fedele borsa shopper in tela, per scoprire che nella realtà il memoriale di Scarpa è molto di più delle rappresentazioni in pianta di cui si era nutrito. I suoi occhi, all’inizio diversi da quelli spaesati di Carlobianchi e Doriano e simili a quelli degli altri turisti “architettonici” che la percorrono, alla fine superano la saccenza del conoscere sulla carta. Non è il segno dei due cerchi a parlare ma gli spazi, il luogo e la sua natura. Dall’afflato romantico per Giulia capisce che deve maturare altro, non il segno ma il reale.

Molti altri possono essere gli spunti “architettonici” come quelli legati all’episodio della villa presso la quale si sta per abbattere la sventura di una nuova strada che eroderebbe il parco cinquecentesco. Una nuova infrastruttura per collegare, ma per andare dove quando non ci sono più luoghi? La villa dove Giulio è rapito da un affresco a parete che, spiega lui, è una rappresentazione della scuola del Veronese, un capriccio, un paesaggio inventato dove si vuol legare la montagna (quella dell’occhialeria da dove gli ubriaconi provengono) e la laguna, il mare, i luoghi che l’uomo non popola e non degrada, omettendo tutte quelle città di pianura superflue nella rappresentazione ma che costruiscono proprio il paesaggio veneto, addensato attorno a cittadine e ville agricole che una nobiltà veneziana cinquecentesca ha realizzato dopo aver perso progressivamente potere sui mari per guardare alle proprie spalle. Non più commerci ma terra, “fatiga”.

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