Robert Byron scrisse nello scorso secolo che la Persia era un luogo di luce, di bellezza estetica e spirituale dove l’anima trovava il suo conforto. Conserviamo la sua nostalgia dell’altopiano iranico e la profonda convinzione che tuttora vi sia tale luce bloccata sotto una patina che dovrà prima o poi dissolversi. Una fiammella antica almeno quanto Zoroastro e la sua religione della lotta etica contro il male. Sapremo questi giorni aver rispetto per questa lunga storia prima di farne merce geopolitica?

Andando ancora più indietro, ricordiamo che quattrocento anni fa esatti, nel febbraio del 1626, Pietro Della Valle detto il Pellegrino, nobile romano e avventuriero diventato orientalista, rientrò da un viaggio in Oriente che lo impegnò per dodici anni. Approdò a Napoli prima di rientrare nella sua Roma con la scoperta che dodici anni di lettere inviate al suo amico letterato Mario Schipano per la scrittura di una grande opera erano rimaste sul tavolo di quest’ultimo, mai messe in bella forma per la pubblicazione come egli aveva chiesto e desiderato.

Perché partì? La storia narra che una delusione d’amore indusse il nobile romano a salpare da Venezia per la Terra Santa. Ma l’irrequietezza del viaggiatore lo portò a girovagare per tutto il medio oriente fino all’India. Per triste ironia della sorte rientrò vedovo dopo aver placato le pene amorose nel matrimonio presso Baghdad con Sitta Maani, recando con sé a Roma il corpo della moglie imbalsamato. Un corpo che per quattro anni lo accompagnò esanime nella sua cassa. Un corpo poi tumulato nella chiesa dell’Aracoeli.

Sofferta la pena amorosa e patita la delusione della fama letteraria sfumata, Pietro Della Valle dovette considerare fallita anche la sua alta ambizione politica e diplomatica. Affascinato dalla Persia e dal suo Shah Abbas il Grande si mise in testa di portare al sovrano la grande idea di un’alleanza politico-militare tra la cristianità e la Persia per stringere nella morsa il Turco Ottomano, covando anche il sogno di proporre una nuova Roma ricostruita nelle sue architetture più belle in seno alla splendida capitale persiana di Isfahan. Nulla di ciò che aveva sognato si concretizzò. Della Valle pensava di giungere da Roma a circonvenire con circonlocuzioni e salamelecchi il re, trovando però la corte già affollata di inglesi e portoghesi. Non colse qualcosa che ancora oggi fatichiamo a comprendere, e non comprende soprattutto chi sogna l’arrivo della libertà da Occidente a Oriente.

Con rispetto guardiamo al movimento, non il primo da anni, della popolazione della vecchia Persia in sommovimento. Guai però a vederci il pertugio da cui entrare per un gioco di potere. Fallì l’Inghilterra agendo su Mossadeq, fallirono già gli Stati Uniti con l’appoggio allo Shah, come falliremmo oggi volendo liberare un popolo. E’ strano comprendere come entro confini più o meno stabili un’identità nazionale viva in continuità, nelle sue ondate di mescolanze e transiti, da più di 2.500 anni, dai tempi in cui un certo Ciro veniva letto da Israele come strumento di Dio, da quando un certo Alessandro capovolse l’impero del suo erede Dario III, da quando, come dicono gli iraniani, “gli arabi ci hanno insegnato a pregare” (specificando ‘solo’ a pregare) nel solco di una tradizione spirituale antica che ha trovato nell’Islam una via originale colorata anche di mistica e poesia, arte così popolare in Iran che persino il severo Khomeini coltivava, con trasporto ma anche amarezza:

L’Amico non ha varcato la porta e la mia vita sta giungendo al termine,

Questa è la fine della mia storia e questo dolore non è finito;

Con la coppa della morte in mano, non ho visto quella del vino,

dopo tanti anni trascorsi, nessuna gentilezza è giunta dall’Amato.

Inshallah – a Dio piacendo – qualcosa cambierà.

Lascia un commento

In voga