Non conoscevamo Fleur Jaeggy, non per l’inconsistenza letteraria dell’autrice ma per quella delle nostre letture. Letture disordinate e paradossalmente sempre più lacunose man mano che avanzano. Ci ha offerto il suo nome Franco Battiato, riascoltato recuperando vecchie interviste. Da Fleur Jaeggy, scopriamo, è stato tratto il verso «Avete anche voi visto camminare le aquile» che Battiato canta in Le Aquile, dall’album Patriots. Ci torneremo. Nell’enigmatico universo di riferimenti della sua opera troviamo una scrittura che non proviene dalle lontane sapienze orientali, dalle rivelazioni di Gurdjieff, le meditazioni di Aurobindo o le esplorazioni di René Guénon ma dalla penna di una scrittrice di origine svizzera.

Troviamo un sabato pomeriggio in una delle librerie che frequentiamo I beati anni del castigo, Adelphi. La commessa alla quale paghiamo il libro confessa di averne preso una copia per sé e rientrando verso casa una persona amica, di quelle che per la statistica si definiscono “lettrici forti” ci chiede ragione dell’acquisto restando in attesa di alcune parole sul libro. «Mi dirai» è il suo saluto. «Ne scriverò» è a questo punto l’intento.
Il romanzo, contenuto in poco più di cento pagine, comincia chiarendo subito la collocazione della vicenda ma fissando anche una collocazione letteraria:
«A quattordici anni ero educanda in un collegio dell’Appenzell [Svizzera]. Luoghi dove Robert Walser a aveva fatto molte passeggiate quando stava in manicomio, a Herisau, non lontano dal nostro istituto. E’ morto nella neve.»
Nella brevità del libro l’avvio con l’evocazione della morte dello sfortunato scrittore svizzero destinato all’insuccesso in vita ma ad un crescente culto letterario alla sua scomparsa non può essere un abbellimento. Una prosa raffinata e misurata deve aver ritenuto necessaria la sua compagnia. Chi ha letto Walser non potrà non cercare di scorgere il suo profilo quando alle prime ore del mattino la protagonista e voce narrante pratica ciò a cui l’Appenzell chiama quasi obbligatoriamente: la passeggiata. E, sempre il lettore, non può non chiedersi sostando nel collegio femminile se il Bausler Institut non sia un altro Istituto Benjamenta dove Jacob von Gunten nel romanzo pubblicato da Walser ottanta anni prima (1909) si forma nell’etica del servilismo. Ma non sembra essere questo il progetto dell’Istituto della signora Hofstetter e di suo marito dove «ogni anno arrivavano nuove ragazze che sognavano tutte le magnificenze che la vita avrebbe donato loro e che sua moglie prometteva. Avevano il futuro. Lui [il marito] questo lo sentiva come una spina. Qualche volta aveva pensato di vendicarsi dei loro sogni.» Gli uomini sono sullo sfondo, padri lontani ‘daddy’ dalle generose elargizioni, vecchi malevoli del paese che non vogliono buoni auspici e la gentilezza delle ragazze che scendono dal collegio. Il Bausler Institut può evocarci la cornice di un delicato idillio che riporta alla mente, letterariamente parlando, la Villa Yalta di Zurigo dove trovò accoglienza Elias Canetti. Un luogo protetto e speciale dove crescere tra pari nella speciale forma di una vita di comunità. L’ordine è una forma di protezione. Protezione anche della propria libertà come poteva essere per Frédérique, la ragazza che irrompe creando un turbamento sentimentale nella voce narrante, distaccata e perfetta, una nichilista leggera sulle cose e capace di una ‘risata gratuita’ come ‘quella della forca’. «Era in ordine Frédérique, ossessivamente ordinata come i suoi quaderni, come la sua calligrafia, come i suoi armadi. Ero convinta che fosse una tattica per passare inosservata, per nascondersi, per evitare di mescolarsi alle altre, o semplicemente per mantenere le distanze.» Un ordine forse esasperante al punto che la protagonista arriva a comprendere «quei bambini che si buttavano dall’ultimo piano di un collegio tanto per fare qualcosa di disordinato.» La cornice idilliaca confina con l’ossessione, con ciò che non trova la giusta quiete. Anche la salutare passeggiata mattutina sulla collina finisce per esserlo. «Può sembrare ossessivo, quel giro, ogni giorno dall’una alle tre, anche i monaci fanno il giro del chiostro, il giro degli occhi. Mi domando che cosa può non essere ossessivo. Era un idillio, un idillio ossessivo.»
E ritorna questa idea quando Frédérique lascia il collegio dopo la morte del padre e la voce narrante perde disperatamente quello che nel sommovimento emotivo della giovane età è la tremenda perdita di un’amica, un’amata, una persona che a differenza della carnale ma vuota e scialba compagna di stanza tedesca aveva coinvolto i suoi pensieri ed i suoi sentimenti a partire dall’ammirazione. «Avevo perso ciò che avevo di più importante nella mia vita, il cielo era sempre azzurro, dimentico, tutto anelava alla pace e alla felicità, il paesaggio era idilliaco, come l’adolescenza idilliaca e disperata.» Una perdita che la protagonista avrebbe voluto lenire con la scrittura, con un legame nella parola con la grafia che aveva copiato all’amica e che resterà in lei. Un lenire che anche Walser cercava per quelle terre compilando quelli che a Herisau sarebbero stati scoperti essere i suoi microgrammi, una costellazione di scritti minutissimi e privati che sono forse un luminoso pulviscolo gravitante attorno alle sue opere più note. La via per alzarsi sopra le miserie di una vita stretta nella quale si era incapaci a vivere.
Torniamo con questo alle aquile con cui Battiato ci ha collegato a Fleur Jaeggy. Battiato trasse ispirazione per Le aquile dal libro Le statue d’acqua. Questo il passo che riprendiamo: «Avrete visto anche voi camminare le aquile nelle voliere, il loro incedere è come un’agonia maestosa e gli occhi levigati d’odio assentono al congedo.» Voliamo con esso al celebre Albatros di Baudelaire, maestoso in aria e goffo in terra, deriso. Ci arriviamo senza troppa invenzione, restando tra le righe del libro dove la protagonista per volontà genitoriale doveva coltivare in collegio il tedesco, ed ecco perché era costretta ad avere una compagna di stanza, di cui la memoria ha cancellato il nome, tedesca. Ma è con Frédérique che parlerà di più e parlerà francese. «Parlammo subito d’altro. Forse di Baudelaire.« Ci dice quando doveva uscire dall’imbarazzo dell’arrivo di una nuova educanda che aveva catturato la sua attenzione.
Con maestria Fleur Jaeggy tiene insieme opposti, come già nel titolo che troveremo esplicitato durante la lettura. La speranza di una giovinezza che coltiva il sogno e la sventura in attesa fuori dall’istituto. Come nel Thomas Bernhard deIl soccombente dal contatto con la perfezione si origina la caduta.
«La foglia svolava, memore della linfa passata, e la farfalla la seguiva, come un emissario. Idillio e consunzione in un leggiadro vortice.»





Lascia un commento