
Dalle poche righe della nota biografica – e quanto più un volume è minuto per dimensione tanto più esse devono essere pesate – riportata sull’aletta del libro di Edoardo David Galliani, Sette luci per l’umanità. La saggezza delle sette leggi noachiche per illuminare la vita, recentemente pubblicato da Giuntina, scorgiamo un interessante paradosso: conosciamo infatti l’autore come nato nel 1979, alla conclusione di quella che si definisce la Generazione X, da qualcuno raccontata come pragmatica e anche cinica, prossimo però alla cosiddetta Y, o dei Millenials, [quante etichette!] che cosciente dell’esistenza di un mondo pre-digitale ha visto svilupparsi le tecnologie di comunicazione e pregustato un mondo pacificato e globalmente connesso prima di vederne tristemente le crepe. La stessa nota riporta il fatto che l’autore, milanese, ha lavorato per anni nel mondo della moda, per senso comune frivolo e vanesio e aspro. Un mondo poi lasciato per un cambio di vita che vuole Edoardo David Galliani chassid in Israele alla ricerca, o riscoperta, di una tradizione lontana che alle fashion week oppone l’austero abbigliamento dei seguaci del Baal Shem Tov dell’Europa orientale: abiti scuri, cappello dalle ampie falde – quando non lo shtreimel, il tondo cappello di pelliccia – sopra le lunghe trecce e la camicia bianca. Il paradosso è qui: che un giovane milanese attivo nel mondo della moda, quello del superamento continuo e della frenetica novità, si ritrovi a scendere dalla sua corsa per finire in un altro, che anche solo nelle apparenze della foggia di un vestiario sembra fermo nel passato, per compiere il suo percorso alla ricerca di un’identità ebraica da afferrare (e si ricordi che questa parola per noi è sempre problematica) trovandosi poi però ad indagare, nella radicalità della sua scelta, un’apertura universale, che stride col pregiudizio storico del settarismo ebraico, di cui tanto abbiamo necessità. Necessità urgente almeno da quando in tempi più o meno recenti sono state intraprese e cavalcate battaglie e scontri di civiltà opponendo le grandi religioni.
Il libro presenta un ambito spirituale che precede le divisioni e che offre dei fondamenti universali: le leggi noachiche. Chi sono i Noachidi? Gli adepti di una nuova religione? No. Sono i figli di Noè: tutti. La tradizione biblica narra che alla creazione dell’uomo seguirono generazioni (molte più di quelle dei Baby boomers, X, Y, Z…) che portarono Dio sul punto di distruggere il suo progetto – d’altra parte la tradizione ha indagato il pensiero che prima di quella creazione che conosciamo molti altri mondi vennero tentati – trovando solo nel giusto Noè e nella sua famiglia l’appiglio per sperare. Da lì ripartì con una nuova umanità e da Noè ed i suoi tre figli Sem, Cam e Jafet scaturirono i popoli della terra.
Prima che nascessero le grandi religioni monoteiste – l’ebraismo, il criastianesimo e l’islam – esisteva già un cammino spirituale, una via antica che affondava le sue radici nella creazione stessa dell’uomo. Era la via dei Figli di Noè, un modo di vivere fondato su sette princìpi universali di giustizia e di bontà, donati da Dio a tutta l’umanità.
La nuova umanità avrebbe potuto camminare rettamente e con giustizia se avesse rispettato sette regole valide per tutti a prescindere da religione e tradizioni. Queste le leggi in sintesi: non adorare idoli, non bestemmiare, non commettere omicidio, non commettere immoralità sesuale, non rubare, non mangiare carne strappata a un animale vivo, istituire tribunali di giustizia. Lì il nocciolo dell’universalismo ebraico che non chiede conversione per essere degni dell’Olàm Habà, il mondo a venire, e che non chiede il rispetto di 613 mitzvot (o precetti). Noè non è ebreo, non cristiano e non islamico o buddista. Noè non è ancora in quel percorso che pensatori ebrei come Haim Baharier definiscono non una religione ma un percorso identitario, segna la ripartenza di un’umanità nella differenza delle possibili strade. Che tutta l’umanità sia capace di illuminare e di elevare il mondo è chiaramente offerto dall’autore come messaggio, forte del sostegno dei maestri che chiama principalmente in causa come il Maimonide, il Baal Shem Tov o il suo pronipote Rabbi Nachman di Breslav e ricorrendo al Talmud del trattato Sanhedrin, con parole semplici. Vorrebbe offrire con delicatezza delle parole a tutta l’umanità nella sua multiformità sapendo che differenza e distinzione sono come un pungolo per badare all’omologazione come male di cui diffidare.
Non siamo venuti a dirti come comportarti, ma a condividere il desiderio di far conoscere Dio, la sua Torà e un modo dolce e infinito di collegarsi con Lui. Cerca, indaga, fai domande: la verità non teme interrogativi, e ci sono sfaccettature che solo tu puoi scoprire.
L’autore ci spiega come le sette leggi non siano una statuizione esplicitata in uno specifico passo della Torà, parole fisse sulla pietra come un editto. La tradizione dei Maestri l’ha desunta e su di essa ha meditato nel responsabile rapporto di accoglimento e studio dell’insegnamento biblico per come è scritto e per come è detto, lontano da un mero legalismo, seppur radicato in una tradizione consolidata e non spontanea. Nel 1979, quando Edoardo David Galliani nasceva, Franco Battiato nell’album L’era del cinghiale bianco cantava nella canzone Magic Shop di una spiritualità ed un desiderio di sacro vago e confuso che si faceva merce di consumo, non vitale:
C’è chi parte con un raga della sera
E finisce per cantare “la Paloma”
E giorni di digiuno e di silenzio
Per fare i cori nelle messe tipo Amanda Lear
[…]I Mantra e gli Hare Hare a mille lire
L’Esoterismo di René Guénon
[…]Supermercati coi reparti sacri
Che vendono gli incensi di Dior.
Lo stesso Franco Battiato, che ha vagato per tutto il Mediterraneo tra le radici arabe della sua Sicilia ed il misticismo sufi e che lavorò su se stesso scegliendo percorsi di meditazione ispirati dall’insegnamento di Gurdjieff, in un’intervista disse che era necessario scoprire quanto in verità un sistema che sembra imprigionare, e una tradizione millenaria con le sue regole può apparire tale, sia poi quello che più libera al contrario di quanto possa fare la proclamazione di false libertà.
Se è possibile infine un accostamento, Sette luci per il mondo sembra avere l’intento di un altro piccolo libriccino edito dalle edizioni Qiqajon del Monastero di Bose, ovvero Il cammino dell’uomo di Martin Buber. Un testo che parla ad ogni uomo concreto, ovunque egli sia, a partire da una domanda centrale che interroga il primo uomo e ogni uomo: “Dove sei?” instradandolo con un invito al ritorno da se stesso/verso se stesso: Lech Lechà.





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