Il prossimo giugno ricorreranno i quarant’anni dalla morte di Jorge Luis Borges. Una morte di mezz’età, matura ma ancora passibile di una crisi esistenziale che si autointerroga. Che cosa vorrà essere questa quarantenne, la celebrazione definitiva di un mito duro da scalfire o la problematica revisione di uno scrittore mai giunto al Nobel, probabilmente per le ombre del suo pensiero sulla politica della sua Argentina?
Una leggenda o un uomo fragile che vuol esser dimenticato?
E’ prevedibile che molti celebreranno la ricorrenza e auspichiamo che possa essere almeno occasione per rileggere le sue pagine. L’anno appena chiuso ha visto la preziosa pubblicazione di un libro – torniamo a ripeterci – che scrisse su di lui nel 1989 Estela Canto, sua amica intima quando Borges era ancora uno scapolo proprio di mezz’età [Estela Canto, Borges in controluce, Edizioni Medhelan]. Il libro, scritto con la sincerità che solo l’affetto consente, apre alla comprensione dell’uomo problematico, fragile e originale dietro la leggenda del lettore universale. Un libro che rivela quanto le sue letture sterminate fossero in verità più ristrette di quelle che gli invidiamo, che ci mostra come amasse più il cinema popolare della compassata musica classica e che ci confida quanto lo entusiasmassero i banditi e le brutali cariche dei guerrieri. Estela Canto ci racconta quanto Borges conservasse come alta immagine poetica quella minacciosa del dono dei sei piedi di terra inglese (la porzione necessaria per un tumulo) per coloro che avessero osato sfidare i re d’Albione. Immagine più da gradassi e spacconi che da poeti.
Alla celebrazione del mito contribuiranno numerose agiografie, ma è certo – lo è davvero? – che la morte per Borges avrebbe dovuto percorrere una terza strada se avesse accolto la sua volontà: l’oblio.
“Ah se quell’altro destarmi, la morte,
Recasse un tempo senza più memoria
Del mio nome e di quanto sono stato!
Se mi portasse l’oblio quel mattino!”
[da Il Risveglio da L’altro, lo stesso, 1964]
Ma l’oblio non esiste. Lui stesso lo ribadisce in due poesie sorelle della stessa raccolta L’altro, lo stesso, poesie gemelle Erverness e Ewigkeit, ovvero eternità:
“La sola cosa che non c’è è l’oblio”
Ognuno ha diritto a riprendersi il suo Borges che il sonno non ha disperso.
“So che in eterno non vien meno e arde
Tutto ciò che di bello ho avuto e perso:
La fucina, la luna e quel crepuscolo.”
[da Ewigkeit]
La finzione della critica d’architettura
Come ha scritto Bruno Arpaia nella prefazione al libro di Estela Canto, Borges ha incantato tutti «stuzzicando e affascinando nello stesso tempo fisici, matematici, semiologi, filosofi e architetti.» Di costoro, pur considerandosi un semplice uomo di sole lettere, ha spesso invaso il campo. Borges si fece infatti persino critico d’architettura, al di là del suo esser laureato honoris causa come costruttore di labirinti, con quell’alto privilegio del non aver la postura del professionista che “interviene distruttivamente nella materia, logora ciò che è stato fatto, critica le proprie condizioni, e in tal modo è il contrario di quella del dilettante, che sguazza nella creatività. L’opera del dilettante è innocua e pura.” Come scrive Walter Benjamin. Borges come fantasioso dilettante fu scrittore di architettura. Lo divenne nel 1967 quando insieme all’amico di sempre Adolfo Bioy Casares scrive le Cronache di Bustos Domecq, un divertimento letterario con personaggi e contesti di pura finzione. In un capitolo i due sodali si soffermano a raccontare l’emergere dell’“architettura funzionale”. Sintetizzando una cronaca delle tendenze architettoniche oggi (allora) in voga citano due nomi come pionieri: Adam Quincey autore nel 1937 del pamphlet Towards an Uncompromising Architecture ed il pisano Alessandro Piranesi . Si riportano passi del pamphlet che così recita:
Emerson, la cui memoria era spesso inventiva, attribuisce a Goethe il concetto che l’architettura è musica congelata. Questa opinione e la nostra personale insoddisfazione per le opere di quest’epoca, ci hanno portato talvolta a sognare un’architettura che fosse, come la musica, un linguaggio diretto delle passioni, non soggetto alle esigenze di un’abitazione o di un incontro recintato. […] Le Corbusier capisce che la casa è una macchina vivente, definizione che sembra applicarsi meno al Taj Majal che a una quercia o a un pesce.
Si ripercorre poi velocissimamente l’evoluzione dell’architettura contemporanea da quella caotica del Piranesi (l’aver ripescato il nome dell’autore delle Carceri non è casuale per parlare di forme che probabilmente rimanevano indigeste a Borges e Bioy Casares) al sincretismo di Otto Julius Manntoifle, costruttore del Santuario delle Molte Muse che unisce la casa-abitazione, il palcoscenico rotante, la biblioteca circolante, la cappella evangelica, il tempio buddista, pista di pattinaggio, bagno turco… ecc. Segue poi il dirompente Maestro Verdussen artefice di un gioiello con il primo piano pieno di scale, il secondo fatto solo di finestre, il terzo di soglie e così a seguire con tutti gli elementi base dell’habitat dell’uomo moderno in un grande slancio verso l’arte dell’inaccessibile e dell’impraticabile. E’ noto come la ricerca del Movimento Moderno non abbia sempre accarezzato i gusti ed incontrato i favori di coloro che ne erano estranei.
Jorge Luis Borges ‘vede’ il Museo Guggenheim di Frank Lloyd Wright
In questo scherzo letterario risuonano anche i nomi di Ruskin, Gropius e Wright che Borges confessò di apprezzare in una intervista contenuta nel libro di Cristina Grau, Borges e l’architettura, Testo&Immagine, 1998 che testimonia quanto questo legame non sia peregrino:
Borges: Credo che Frank Lloyd Wright fosse un architetto ammirevole, un grande inventore di spazi, non è vero? Andai, molti anni fa ormai, a un museo di New York che avevano appena inaugurato.
Grau: Il museo Guggenheim?
B.: Sì, l’architetto era stato Frank Lloyd Wright, no?
G.: Esattamente. E cosa ricorda del suo percorso?
B.: Io, allora, ero quasi cieco, però anche un cieco vede.
G.: …!
B.: Sì, ricordo quando ero nel deserto. Sentivo l’enormità dell’estensione di sabbia, sentivo il calco, il sole sulla mia testa, l’aria secca, il vento che soffiava senza ostacoli, l’assenza di suoni, tutto questo… e sentii… come le posso dire?… una vertigine orizzontale.
G.: E nel museo Guggenheim?
B.: Ricordavo la sua circolarità. Ecco, non potevo distinguere gli oggetti, però la luce sì, e notavo che il percorso non era in linea retta… andavamo in discesa (con mia madre), in circolo, perché la luce era sempre a destra, una luce che proveniva da una cupola di cristallo, mi dissero, e chi io notavo sulla mia testa, come se non fossimo stati in un edificio, ma all’aria aperta, e mi chiedevo angustiato se tutto sarebbe finito di colpo, nel vuoto, e sarei precipitato…
Borges non sarebbe precipitato anche se il percorso sembrò turbarlo molto più di quel lento declino, il tempo, che dalla vista lo condusse alla quieta cecità:
“Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e somiglia all’eterno.”
[da Elogio dell’ombra]
Avrebbe finito il suo percorso per la rampa del museo al pian terreno dove una curva irregolare definisce una vasca che, come disse Italo Calvino, disegna un occhio che dal basso osserva verso il cielo, un occhio occulto prestato allo scrittore cieco per guardare in alto.




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