«L’architettura è la più universale delle arti. […] I dipinti si trovano nelle gallerie, la letteratura nei libri. Le gallerie devono essere visitate, i libri devono essere aperti. Gli edifici invece sono sempre con noi.»  

Così scrisse Robert Byron ne Il giudizio sull’architettura. In queste pagine ci preme far sì che anche i libri, per quanto nella brevità di note concise, possano stare sempre con noi, luoghi visitabili, attraversabili e dialoganti come le parti di una città anche se apparentemente chiusi dentro una copertina. Architettura e letteratura sono due espressioni di linguaggi che spesso sono stati chiamati ad accostarsi – lasciando stare che se poi ci fermassimo a ragionare se quello dell’architettura fosse davvero un linguaggio non ne usciremmo agevolmente. Proviamo a far dialogare dei libri con un’architettura partendo dal loro titolo. Sì perché può capitare che anche un’architettura ne abbia uno che lo qualifichi o, paradossalmente in questo caso, lo “squalifichi”, gli tolga le sue qualità.

Ma, con ordine: circa un secolo fa Robert Musil stava lavorando ad uno dei romanzi più importanti del novecento, tra i più citati ma probabilmente meno letti: L’uomo senza qualità. La dimensione sfiancante del libro, ambizioso al punto da rimanere non concluso, è, se letto oggi, specchio di una riflessione sulla crisi ormai costitutiva della contemporaneità, a partire dalla Vienna di inizio secolo nel suo piccolo ma che è stata poi di tutta l’Europa, oggi ancor più paragonabile a quell’ideale impero sovranazionale della pace e prosperità retto dal paterno Francesco Giuseppe. Una crisi dei fondamenti che la scienza, e la filosofia di Nietzsche, aveva aperto da decenni con la perdita della speranza che un’idea, una grande idea sintetica potesse reggere il mondo. Tutto ciò è messo in scena nel romanzo a partire da una piacevole giornata dell’estate viennese del 1913, prossima a sgretolarsi. Che il libro sia più citato che letto lo lascia intendere la percezione comune che quel “senza qualità” indichi la sostanziale inettitudine, l’assenza di pregi e valori, del protagonista Ullrich. Ullrich è l’uomo senza qualità / onhe Eigenschaften nel senso che è senza proprietà, caratterizzazioni esterne, passioni che lo condizionano e lo determinano. Niente lo afferra. Matematico di mestiere coglie l’impossibilità di toccare il senso delle cose, la loro sostanza, lavorando però con precisione alla conoscenza delle relazioni, del gioco probabilistico/matematico dei fatti. E’ ormai perso l’ancoraggio al nucleo intimo della cosa, impossibile da raggiungere perché, direbbe Nietzsche, morto Dio, morta la logica, demolito Platone il senso non c’è e va affermato transitoriamente autosuperandosi continuamente ed espandendosi, trasformandosi, secondo la costitutiva “volontà di potenza” del mondo (altro grande incompreso della storia).
Che l’espressione di senza qualità / ohne Eigenschaften non debba essere limitata al significato di scadente, di basso livello, sciatto, ce lo conferma – perché ci sia chiaro che non si pretende di piegare le parole a nostro piacimento – un progetto del 1995 di Oswald Mathias Ungers: la sua Haus ohne Eigenschaften. La casa, una delle abitazioni private dell’architetto tedesco, realizzata nel sobborgo Müngersdorf di Colonia, nella  Kämpchensweg 58 è stata così battezzata dal suo autore. In essa si esplicita una ricerca chiara di un’architettura astratta ottenuta per sottrazione del di più, regolata dalla sua sola geometria, libera da ogni attributo e qualità appunto. La descrizione dell’abitazione passa istantaneamente attraverso una visione della geometria del suo impianto più che per un dettagliato racconto.

La chiarezza della regola geometrica sintetizzata con la minima espressività è tutt’uno l’idea, il progetto, la costruzione. È astrazione estrema del linguaggio – si vedano a riguardo gli studi di Pier Vittorio Aureli – che può essere confrontato con quello del progetto di Ludwig Wittgenstein, filosofo ma anche architetto dilettante, per la casa sulla Kundmanngasse a Vienna realizzata insieme a Paul Engelmann. Ungers a Colonia è ancora più radicale nell’affermazione della regola e restio alla violazione della stessa (per quanto la perfetta simmetria funzionale assoluta nell’ubicazione della scala, degli ambienti e dei bagni non è stata cercata), violazione che è la piccola ma continua messa in discussione che trasforma molto gradualmente quella struttura che ognuno riceve in dote che possiamo chiamare linguaggio. La casa è cornice astratta per il vuoto vitale che è la vita che la abita. E se la forma astratta è tratta fuori dalle contingenze, dai condizionamenti, allora essa è davvero vicina all’essere senza qualità di Ullrich che non si lascia afferrare dalle cose ma che nelle cose (o i fatti?) si sa muovere agevolmente. 

Il solo candore delle superfici, anch’esso astratto e in linea con una classicità malamente intesa nel settecento che ha costruito in Germania un certo classicismo e rigorismo formale (qualcuno direbbe anche etico e marziale), che da Schinkel arriva a Ungers o ad Hans Kollhoff e Kleihues + Kleihues [si veda a riguardo questa riflessione di Klaus Englert] passando per quella vicenda tragica di Speer, trova limitazione negli arredi, tavoli e sedute, e nelle librerie centrali. Una minimale composizione di pezzi scuri come l’arredo della cappella del Castello di Rothenfels di Rudolf Schwarz, misticamente austera e legata alla meditazione di quel Meister Eckhart che anche Mies van der Rohe ritenne di ascoltare.

Oggi la casa senza qualità ospita, chiudendo il cerchio, le collezioni del bibliofilo Reiner Speck, soprattutto le sue due maggiori collezioni, ovvero la Bibliotheca Proustiana e la Bibliotheca Petrarchesca. La collezione di carte autografe ed edizioni dell’altro grande autore del romanzo monumentale del novecento e le pubblicazioni della storia dell’autore “solo et pensoso”.

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