La fortuna di una formula è a volte condanna di approssimazione del pensiero. Ormai il classico di ‘Apocalittici’ contro ‘Integrati’ (copyright: Umberto Eco) è la chiave di lettura sempre utile per leggere la società della comunicazione e della tecnologia digitale che corre (troppo) velocemente. Chi scrive dichiara sin da subito di non riuscire a tenere il suo passo, ma lo fa a partire da una particolare condizione che lo muove ad un interrogativo: potrà esserci un nuovo tipo di riflusso dalla tecnologia per come la conosciamo oggi nel mondo della comunicazione e delle relazioni? La condizione di cui si faceva cenno è quella di aver vissuto con la tecnologia informatica fin da tenera età vedendo schede perforate quando più o meno si stava prendendo dimestichezza con la bicicletta, utilizzato floppy disk nei loro diversi formati, giocato con il linguaggio di programmazione Logo muovendo la ‘tartaruga’ con il primo PC 1 Prodest Olivetti quando nel frattempo era venuto il tempo di imparare a leggere e scrivere. Sempre chi scrive ha scoperto tardi che Pascal era anche un filosofo, ha fatto in tempo a scorgere, come i risvegliati di Matrix, l’inganno dei codici alfanumerici dietro la realtà dello schermo, saputo che il famoso algoritmo è una banale serie di comandi in codice, avuto accesso a Internet quando si prendeva in mano una cornetta telefonica da appoggiare sopra un modem ad accoppiamento acustico. Ma, ad un certo punto, l’eccesso è arrivato alla nausea. La seconda ondata della tecnologia informatica è giunta poi in maniera più subdola. Confessiamo però di scorgervi bene il meccanismo di assuefazione senza riuscire ancora a trovare una posizione equilibrata. Questi sono i temi attuali con cui fare i conti prima che la terza ondata, quella della cosiddetta Intelligenza Artificiale, possa essere ancora più invasiva.

Ma proprio qui sta un interrogativo: il processo di delega delle nostre vite alla tecnologia è lineare o è possibile l’arrivo di una nausea socialmente generalizzata, un esteso riflusso come quello che tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80 ha interessato la nostra società in ambito politico? Al momento è impensabile. Anzi, se proprio su qualcosa ci si ferma a pensare con intensità è proprio sugli scenari che fanno avanzare all’estremo la presa totalizzante del digitale. Ma è certo che la direzione sarà inesorabilmente lineare? Possiamo prefigurare ed immaginare i futuri sviluppi? Ragionevolmente, o artisticamente attraverso fantascienza ed arte avanguardistica, crediamo di sì ma sostanzialmente no per il fatto che il futuro atteso non è altro che la proiezione delle condizioni attuali e le condizioni mutano, l’imprevedibile accade. Manfredo Tafuri, critico e storico dell’architettura, con queste parole inizia un suo articolo apparso sul numero 1 della rivista Contropiano del 1969 dal titolo “Per una critica dell’ideologia architettonica“:

Allontanare l’angoscia comprendendone e introiettandone le cause: questo sembra essere uno dei principali imperativi etici dell’arte borghese. Poco importa se i conflitti, le contraddizioni, le lacerazioni che generano l’angoscia verranno assorbite in un meccanismo complessivo capace di comporre provvisoriamente quei dissidi, o se la catarsi verrà raggiunta attraverso la sublimazione contemplativa. […] fra le avanguardie del capitale e le avanguardie intellettuali esiste una sorta di tacita intesa, tale che al solo tentare di portarla alla luce si solleva un coro di indignate proteste.

La sua riflessione porta a scoprire come l’avanguardia artistica prepari funzionalmente il campo a meccanismi economici, sociali, alla riorganizzazione del capitale, come dice Tafuri, non restando nel campo della semplice utopia. Ma, criticamente, queste non sono avanguardie che mostrano alternative, altre prospettive. Collaborano con un sistema di produzione, sono in sintonia. Allestiscono gli scenari. Alle avanguardie si oppongono forme nostalgiche, reazionarie o prospettive di ritorni a mondi premoderni e preindustriali, indagate dal genere fantasy spesso, magari sperate come ancora possibili [si stava meglio quando si stava peggio?]. Ma a tutte le possibili visioni, fortunatamente, sfugge la possibilità di cogliere l’inaspettato. Magari l’inaspettabile presa di coscienza che troppi contenuti, come ora sono chiamati gli argomenti, le informazioni e tutto quello che deve alimentare la macchina dell’attenzione della comunicazione ormai sono un immondezzaio (junkification) che sì, qua e là, rovistando, cela cose buone, ma sommerse da un rumore di fondo distraente. E’ davvero inesorabile che la nostra attenzione sia catturata e ingannata da qualsiasi tipo di contenuto confezionato ad arte, per quanto sia arrivato ad un eccesso parossistico? Siamo ad esempio destinati ad essere ingannati per sempre ed in maniera crescente da messaggi politici conditi dalle cosiddette fake-news o bufale? La quantità e la mole diluirà definitivamente ciò con fatica il pensiero ha distillato di prezioso? Forse l’inaspettato si sta affacciando con piccoli segnali. Ad esempio una recente campagna referendaria che si è mossa con argomenti tipo “se vince il No gli stupratori saranno liberi di andare in giro impuniti ed i giudici potranno portare via i vostri figli” sembra abbia fallito nel convincere i più. La propaganda farfugliante ed insensata ci ha stancati? Forse (magari) sì al pari di quella contrapposta, spesso vuota di veri temi.

Sulla rivista il Bo live dell’Università di Padova è recentemente apparso un interessante articolo di Marco Boscolo dal titolo Troppi paper scientifici: la scienza diventa “junk” che mette in luce il fatto che si assiste, non da ora, ad una proliferazione eccessiva di pubblicazioni di basso livello scientifico prodotta dalla competizione accademica che segue le stesse dinamiche della proliferazione in rete di materiali spazzatura. Il meccanismo di visibilità e autopromozione è simile. Procede per saturazione e accumulazione così come attraverso articoli di poco conto hanno sempre fatto i vecchi siti acchiappaclic al fine di aumentare il volume pubblicitario. Processo non dissimile da quello stesso escogitato dai Social per tenerci attaccati. Stratagemmi studiati e consapevoli che stanno dietro la teoria di costruzione di questi grandi ambienti digitali e a meccanismi di pensiero che altrove [noi non siamo autorevoli] potete trovare spiegati legati a personaggi come Peter Thiel e al suo accoglimento della teoria mimetica di Renè Girard che starebbe dietro l’invenzione del “mi piace” di Facebook. Quello stesso Peter Thiel che da non molto ha tenuto sulle spine la stampa per il suo passaggio romano in occasione del quale ha tenuto tre attesissime conferenze ‘segretissime’ in cui doveva svelare l’identità dell’Anticristo, venendosene poi fuori con l’incredibile ed inaspettata proclamazione del presidente Trump come baluardo contro la sua venuta. Noi ci immaginiamo il pubblico romano, avvezzo a secoli di fanfaronate, un po’ come la strana compagine dei soggiornanti del Paradiso del bell’omonimo romanzo di Michele Masneri (Adelphi). Alle sensazionali parole del guru dalla California probabilmente sarebbero restati stupefatti col solo dubbio se chiosare l’alta rivelazione con un “mecojoni” o un “esticazzi” [si perdoni la caduta di stile].

Questo avanzare del junk, apparentemente libertario e anarchico ma sostanzialmente autoritaria forma di governo del mondo non è stato già scorso con lucido delirio da Rem Koolhaas come pervasiva forma del mondo in Junkspace (Quodlibet)?

Il Junkspace è il doppio corporeo dello spazio, un territorio di visione compromessa, di aspettative limitate, di serietà ridotta. […] Sostituisce la gerarchia con l’accumulo, la composizione con l’addizione. E’ sempre più vero che more is more. Il Junkspace è al tempo stesso troppo maturo e troppo poco nutriente, una colossale coperta di Linus che ricopre la terra in una paralizzante stretta d’attenzione… […] Un nebuloso impero di indistinzione che confonde l’alto e il basso, il pubblico e il privato, il dritto e il ricurvo, il sazio e l’affamato per offrire un ininterrotto patchwork di ciò che è perennemente disarticolato.

Anche stavolta l’architettura, lo sguardo agli spazi, reali e non digitali, ha forse saputo scorgere con acume, come quando si trattò di comprendere  il Postmoderno. Queste parole, sempre tratte da Koolhaas:

La modernizzazione aveva un programma razionale: condividere i benefici della scienza, universalmente. Il Junkspace è la sua apoteosi o il suo punto di fusione…

non possono essere usate per il mondo della Rete, avviata dai suoi primi guru come mondo della libertà per renderci migliori?

Il Junkspace sarà la nostra tomba. metà dell’umanità inquina per produrre, l’altra metà inquina per consumare. […] Il Junkspace è politico: dipende da una rimozione centrale della facoltà critica in nome del comfort e del piacere. 

Continueremo a sguazzarci beati e confusi in questo immondezzaio godendone gli indubbi comfort allontanando l’angoscia o ci ritroveremo un giorno a stancarci cercando il meno?

Hoc erat in votis, modus agri non ita magnus

scrisse Orazio nelle Satire, un pezzo di terra non troppo grande per starsene lontano da Roma era il suo desiderio. Ci crediamo poco in fondo che quello possa essere un desiderio generalizzabile ma un’aurea mediocrità a giusta distanza dagli eccessi del digitale la raggiungeremo mai?

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