Scrive Michele Masneri su Il Foglio del martedì 31 marzo (oggi) che
La vera opposizione in America non la fa il Parlamento, non le manifestazioni “no kings”, non la magistratura, bensì la commissione edilizia
riferendosi all’imminente passaggio presso la National Capital Planning Commission di Washington del progetto della Ballroom presidenziale per l’ala est della Casa Bianca. Se l’opposizione al progetto ci sarà o meno è difficile da prevedere. Per il momento si sa però che la Commission of Fine Arts è invece orientata a assecondare, anzi, anticipare i capricci del capo, lusingandolo. Il suo presidente, Rodney Mims Cook Jr., di nomina trumpiana, ha avanzato la proposta di modificare i capitelli del portico nord della Casa Bianca sostituendo gli attuali ionici con dei nuovi corinzi. Sì, il ricciolo dello ionico è carino, decora certamente ma vogliamo mettere lo stile “jungle” del corinzio? E’ molto più ricco. A quanto pare la giustificazione fornita starebbe nel fatto che l’ordine corinzio è il più elevato e quindi adeguato al ruolo apicale dell’edificio e del suo occupante. Sarebbe una noiosa perdita di tempo tornare a Vitruvio e a diversi secoli di tradizione classica e umanistica per dare ragione del fatto che non esiste una graduatoria di valore negli ordini e che se in un paramento di ordini sovrapposti il corinzio sta in cima non è per una scala d’importanza. Vai poi a spiegare che il vecchio piano attico dell’antichità non era l’equivalente della lussuosa penthouse di oggi (andiamo un po’ a chiedere se gli spettatori sulla sommità del Colosseo avrebbero preferito sedere più in basso). Ma ripetiamo, siamo noi noiosi e polverosi europei a giocare con queste finezze e ritenere che tra la solida virilità del dorico, nel cui ordine Bramante ha costruito il suo tempietto a San Pietro (non l’ultimo degli apostoli), e la snella venerea bellezza del corinzio c’è il mediano equilibrio dello ionico. Al presidente Trump va associato il maggior decoro possibile, la ricchezza! Lasciamo anche stare che al tradizionale inventore dell’ordine corinzio, Callimaco, fosse stato affibbiato l’infelice soprannome di katatexitechnos, ovvero di chi sprecava troppo tempo per la ricerca della minuzia nella sua arte. Troppo decoro degrada. Al capo il massimo, punto!
Dovremmo ora tacere in merito al fatto che nell’ambito dei grandi progetti per i nuovi colossali ambienti di “corte” alla Casa Bianca dove accogliere gli ospiti che arrivano al centro dell’Impero magari sarebbe stato ancora più bello il più potente capitello di sempre, quello che reggeva l’alta copertura del palazzo dell’Apadana a Persepoli proprio nell’antica Persia bombardata, una coppia di testa di tori (perché non una bella coppia di bufali?!).

Le nostre lezioni ce le dobbiamo tenere per noi ora che l’America è stata fatta Great Again. Guai a che un nuovo Mies van der Rohe si azzardi a far arretrare dalla scacchiera di Manhattan il suo Seagram Building violando il sacro perimetro della proprietà privata da estrudere in alto per massimizzazione col fabbricato il valore del suolo. Guai anche al suo amico Ludwig Hilberseimer che nel progetto di concorso per la sede del Chicago Tribune nel 1922 mostrò con radicale chiarezza quella scacchiera, secondo il cui modello Jefferson aveva prefigurato la ripartizione di tutto il territorio nazionale calpestando identità e storie locali, offrendo un’architettura astratta occupabile da ogni funzione del sistema economico capitalista. Ma quella doveva essere la sede di un giornale, non poteva essere così priva di messaggi. Ecco allora arrivare dalla vecchia Vienna il maestro di stile ed eleganza, Adolf Loos che, già da giovane entusiasta estimatore del mondo anglosassone, se ne uscì con uno strano edificio, una gigantesca colonna dorica [sic: dorica].
In molti si sono interrogati ed in molti ancora si interrogheranno su quella strana soluzione. Proponiamo questa lettura: se è vero che a Chicago è nato il grattacielo, presto immaginato con una struttura tripartita con un basamento, un fusto ed un coronamento finale allora Loos, prima ancora che questa struttura saltasse per lasciar campo agli sviluppi irrefrenabili verso l’alto, lo offrì per dire: attenzione, l’ordine classico ha delle proporzioni da rispettare, tutto deve avere una misura.
Ecco quello che non abbiamo capito e che oggi il palazzinaro-in-chief [copyright: Michele Masneri] è arrivato a comprendere ben più di noi sul cammino dell’umanesimo classico volendocelo mostrare. “L’uomo è misura di tutte le cose” sosteneva Protagora nel V secolo a.C., negli anni di Pericle e del suo Partenone [dorico] “Io sono misure di tutte le cose” ci dice oggi il nuovo Pericle.




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