Ancora una volta la casa editrice Giometti&Antonello si muove nel mondo mitteleuropeo per andare a scovare un volume da offrire per la prima volta al lettore italiano. Lo fa fedele al suo mandato di recuperare quei testi, anche sfuggiti di mano ai propri autori, che trovano oggi un momento privilegiato di leggibilità. E questo lo riteniamo essere un “buon” momento, un momento in cui il linguaggio si muove con esagerata sguaiatezza ai più alti livelli di autorità politica. Come nel recente scambio tra Busoni e Schonberg, Dialogo sulla musica moderna, pubblicato dallo stesso editore, abbiamo l’occasione di entrare in un dialogo epistolare. Come sempre un carteggio privato e sincero apre fessure preziose per la conoscenza degli interlocutori, quando noi, indiscretamente, ci intrufoliamo. Nel volume appena pubblicato, Se mai dovessimo incontrarci il giorno del giudizio, carteggio dal 1916 al 1937 tra Ludwig Wittgenstein e Paul Engelmann ci sono offerti scorci per scoprire l’interessante comprimario Engelmann e approfondire la conoscenza di Wittgenstein, filosofo [?] irrequieto e geniale secondo chi lo ha conosciuto ma anche algido e austero. Pensatore eternamente legato ad un lavoro filosofico, il Tractatus logico-philosophics, l’unico libro pubblicato in vita, che lo consegna alla storia come colui che ci “condanna” entro la gabbia del linguaggio oltre il quale non possiamo esprimerci ed esprimere il mondo che con esso, in corrispondenza biunivoca, condivide i limiti.I due interlocutori del carteggio non sono certo di pari celebrità e l’asimmetria è evidente anche nei toni. In diverse occasioni troviamo toni di una schiettezza ai limiti dello sgarbato da parte del filosofo e riverenze oltre l’etichetta di un’amicizia che ancora impone il rispetto del ‘Lei’ a testimoniare deferenza da parte dell’architetto. Spesso Engelmann si pone intimorito in ascolto dell’amico, anche quando è della sua stessa professione che parla, chiedendo conforto e consiglio per i progetti a cui sta lavorando. E, sapendo che l’ironia non è il registro che Wittgenstein coltiva, appaiono taglienti queste come altre sue parole:

“Molte grazie per le sue righe dell’8.1. Se solo le capissi! Ma non le capisco.”

Parole a volte ingenerose che non lesina neanche nei confronti dello stesso [Bertrand] Russel che vuol promuovere il suo libro, il Tractatus, in vista della pubblicazione:

“Ora l’introduzione di Russel al mio libro è arrivata ed è in corso la sua traduzione in tedesco. E’ una sbrodaglia con cui non sono d’accordo, ma dato che non l’ho scritta io non m’importa più di tanto.”

Interessante indagare un rapporto tra un filosofo ed un architetto, più o meno negli stessi anni e nello stesso contesto culturale della relazione della felice coppia Karl Kraus e Adolf Loos, maestro del più giovane Engelmann. La coppia di irati e gioiosi censori di una modernità confusa nella sua lingua, intenti a predicare che “tra un’urna e un vaso da notte c’è differenza, e che in questa differenza soltanto ha il suo spazio la civiltà.” Oltre che un rapporto amicale sorto durante la prima guerra mondiale, a cui Wittgenstein aderì volontariamente per un empito ideale, che si estende alle rispettive famiglie, la ricchissima famiglia industriale viennese del filosofo e la rispettabile famiglia del moravo, i due condivisero anche l’esperienza architettonica della progettazione della villa viennese di Margaret Stonborough-Wittengenstein, sorella di Ludwig. Negli anni alla villa tra la Kundmanngasse e la Parkgasse, esempio di un linguaggio minimale e asciutto facilmente accostabile ai progetti di Loos, sono stati dedicati diversi approfondimenti. I principali offerti al lettore italiano sono quello di Paul Wijdeveld, Ludwig Wittgenstein architetto, Electa e quello più recente di Daniele Pisani, L’architettura è un gesto. Ludwig Wittgenstein architetto, Quodlibet. Daniele Pisani, storico dell’architettura, è anche il curatore di questo volume che oltre al carteggio offre una bella nota introduttiva, un ricco apparato di commenti e la raccolta di scritti sparsi di Engelmann. Come molti si sono concentrati nel cercare di leggere la villa viennese come la materializzazione delle riflessioni sul linguaggio di Wittgenstein così questo carteggio va a offrire interessanti illuminazioni sulla gestazione del Tractatus e sui travagli di chi lo ha scritto.
Non volendo attardarsi troppo nell’elenco delle tematiche delle lettere ci soffermiamo su un paio di scambi che offrono a nostro avviso un prezioso commento al tema centrale del pensiero di Wittgenstein: i limiti del linguaggio. Il mondo, scrive Wittgenstein nel Tractatus, è la totalità dei fatti e non delle cose. In altre parole i fatti sono le cose che accadono, esperibili, non le cose in sé, astratte. Noi possiamo parlare solo dei fatti e non uscire con le nostre parole da essi per sorvolare le idee. Il linguaggio non ci serve per mettere in ordine delle sensazioni vaghe che abbiamo in mente per trasmetterle ad un destinatario. Non è questa la sua funzione. Il linguaggio è l’unica forma di quello che pensiamo, diciamo, facciamo, osserviamo. Non possiamo andare oltre, nel campo del mistico, come lui lo chiama, anche se questo oltre possiamo concepire che esista. Dobbiamo tacerne. Ecco quindi che il Tractatus si chiude con la celebre proposizione nr. 7: Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere. Questo silenzio carico di significato è stato spiegato ulteriormente nella lettera che Wittgenstein scrisse all’editore Ludwig von Ficker quando gli spiega che il suo libro ha due parti, una che viene detta e l’altra che non viene detta, e che quella che non viene detta è la più importante. Questa la chiave di lettura.

A guerra finita ma anche durante il suo trambusto  la gestazione del libro coinvolge Engelmann. In due momenti del loro scambio epistolare che vorremmo offrire come sottolineatura questo tema centrale del silenzio o del limite delle nostre parole, è toccato da altre prospettive rispetto alla logica e secca enunciazione di proposizioni del Tractatus. Nel dialogo del carteggio questo limite che, conoscendo almeno un minimo il pensiero di Wittgenstein non possiamo ignorare, non è una condanna carceraria ma un affaccio verso ciò che lo supera, per quanto inesprimibile. Uno sguardo diverso che anni dopo egli riterrà non scientifico ma degno di rispetto:

“Tutta la mia tendenza, e, credo, la tendenza di tutti gli uomini che hanno mai provato a scrivere o a parlare di etica o di religione consisteva nell’andare a sbattere contro i limiti del linguaggio. Questo andare a sbattere contro i limiti della nostra gabbia è perfettamente, assolutamente disperato. L’etica, nella misura in cui nasce dal desiderio di dire qualcosa circa il senso ultimo della vita, il bene assoluto, il valore assoluto, non può essere una scienza. Ciò che essa dice non aggiunge alcunché alla nostra conoscenza, in alcun senso. Ma è un documento di una tendenza della mente umana che io personalmente non posso fare a meno di rispettare profondamente, e che non vorrei ridicolizzare per nulla al mondo.” [Conferenza sull’etica, tenuta a Cambridge tra il 1929 ed il 1930]In un primo passo è una poesia che dà il pretesto di parlarne. Engelmann la riporta in una lettera del 4 aprile 1917. E’ Il Biancospino del conte Eberardo di Ludwig Uhland. Una poesia che scorre narrativamente rapida a tratteggiare la storia del protagonista che, intrapreso un pio viaggio in Palestina, colpito da un biancospino ne coglie un ramo per tenerlo poi sempre con sé per le sue peregrinazioni e in battaglia, piantandolo infine nel suo giardino. L’albero lì cresciuto offre al conte conforto, diletto e memoria del suo tempo passato. Qualche giorno dopo Wittgenstein risponde così: 

“La poesia di Uhland è veramente grandiosa. Ed è così che stanno le cose: solo se non ci si sforza di esprimere l’inesprimibile, non va perduto nulla. L’inesprimibile viene così preservato – inesprimibile – in ciò trova espressione!” Aver parlato con lineare semplicità restando entro il liminare ambito di ciò che può esser detto esprime ciò che lo supera. La poesia – ci si perdoni l’affronto – non tra i capolavori della letteratura di ogni tempo, è persino grandiosa nelle sue parole.
In un secondo caso è una riflessione teologica, e quindi niente di più mistico, che ci si offre interessante perché sorta poi intorno alla natura dei misteri cristiani del Padre e del Figlio nel dialogo tra due giovani provenienti da famiglie ebraiche, per quanto Wittgenstein fosse stato cresciuto blandamente da cattolico. Il 31 dicembre 1919 Engelmann affida alla carta una riflessione stimolata da una lettura e a cui il suo amico darà perentoria risposta: “Lei non sembra ancora abbastanza chiaro”. Andando alle conclusioni così scrive Engelmann:

“Cristo insegna agli uomini che in ognuno si annida la possibilità di elevarsi sino a che Dio possa penetrare dentro di lui.

Dio si è fatto uomo per mezzo di Cristo.

Lucifero voleva farsi Dio e non lo era. 

Cristo si fece Dio senza volerlo.

Il male pertanto consiste nel volere il piacere senza meritarselo. Se invece si fa ciò che è giusto, senza volere il piacere, allora quest’ultimo viene da sé come gioia.”

Qui ci sarebbe occasione di scrittura per la quale una breve nota come questa non concede spazio. Troviamo offerta una riflessione sulla figure inconcepibili per la tradizione ebraica del Padre e del Figlio. Inconcepibili perché il cristianesimo si pone in rotta con l’ebraismo non tanto per il riconoscimento di un “falso” messia, dal momento che altri “inciampi” simili ci sono stati nella tradizione ebraica, quanto per la pretesa di un uomo di farsi Dio, che è totalmente altro, separato. Ma qui può tornare la chiave di lettura del linguaggio in Wittgenstein che non è in grado di spiegare cosa sia l’assoluto, il bene, il male, ma dire solo bene, male e muoversi entro quel limite della contingenza. Sostare entro il limite, lo abbiamo visto anche con la poesia di Uhland, è però toccare quel limite di separazione, elevazione, di santità, la Qedushah della tradizione ebraica. L’esser santi come Egli è santo. Ma esserlo in parola e azione, il dabar ebraico, che tiene insieme parola e fatto, mondo e linguaggio per dirla con Wittgenstein. Entro il campo del nostro limite, forse afferra Engelmann c’è la possibilità di agire bene ed il solo agire bene senza pretese mistiche può elevare [Lucifero contro Cristo nella sua visione].

Un’etica del silenzio sull’indicibile, del non parlare invano, può elevare.
Se ci sovviene ora il dubbio di aver preteso troppo dalla lettura del prezioso carteggio torniamo alle parole del filosofo che ruvidamente ci chiama a chiudere:

“Questa sola cosa mi è chiara: faccio troppo schifo per potermi lambiccare il cervello su di me, ma – o resterò porco oppure migliorerò, e, con questo, basta! Niente chiacchiere trascendentali, quando è tutto chiaro come una bella sberla.”

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