“Ero con Diana sul prato sottostante il portico, in quei minuti che precedono il crepuscolo in cui la luce diffusa fa risaltare chiaramente ogni elemento dell’idea architettonica. L’Europa non avrebbe potuto darmi addio più tenero di questa trionfante affermazione dell’intelligenza europea.”
Robert Byron, La via per l’Oxiana

Villa Foscari La Malcontenta è un luogo di cui è appropriato parlare avendo intitolato queste pagine a Robert Byron. La citazione d’apertura coglie un sentimento di particolare affetto per la casa che lo stava ospitando nel momento del congedo dall’Europa, quando la luce ad Occidente cala, per prendere la via dell’Oriente nel 1933.
Proveremo a parlare della Villa attraverso la chiave di lettura della duplicità. Sarebbe naturale farlo per come abbiamo iniziato a scrivere. E’ stato il luogo del salto dall’Europa all’Asia, dall’Occidente all’Oriente, binomio su cui naturalmente possiamo continuare a sostare ad oltranza parlando di una villa veneziana con quella tradizione di relazioni di attrazione e rottura che la città ha avuto con Costantinopoli.
Altro doppio lo rinveniamo nella circostanza che ha portato ad un nuovo disvelamento e recupero della villa dopo anni di abbandono. E’ il 1924 e Venezia si sta preparando per celebrare i 100 anni dalla morte di George Gordon Byron, il più celebre Lord Byron, un altro Byron, poeta non legato al nostro Robert e anch’egli morto giovane, a 36 anni, appena un anno in più di quelli che aveva Robert. La ricorrenza viene celebrata con un ballo programmato il 31 luglio presso Palazzo Papadopoli, sul Canal Grande e organizzato dalla miliardaria americana Linda Thomas che aveva chiesto al patron dei balletti russi Sergej Diagilev di curare l’allestimento e a Picasso di dipingere la scena.
Si recano a Venezia per partecipare all’evento mondano un terzetto di sodali costituito da Paul Rodocanachi, Albert Clinton Landsberg (Bertie) e la baronessa Cathérine d’Erlanger. Nell’avvicinamento alla laguna scoprono la grande Villa Malcontenta progettata da Andrea Palladio nel 1559 e ne sono rapiti. La villa fu eretta per i fratelli Foscari. Due fratelli, due Foscari, Nicolò e Alvise che, per il gusto del gioco del doppio e delle coincidenze, non sono i due Foscari dell’omonima opera di Byron (poi musicata da Verdi) ma loro discendenti. Non quindi il giovane Jacopo e suo padre Francesco, sessantacinquesimo doge della Repubblica, raffigurato inginocchiato davanti al leone di San Marco sulla porta della Carta di Palazzo Ducale e costruttore, sulla vecchia Casa delle Due Torri acquistata nel 1452, della grandiosa Ca’ Foscari in volta di canal. Due fratelli come altri due fratelli erano Daniele e Marcantonio Barbaro che negli stessi anni vedevano realizzare da Andrea Palladio la loro villa a Maser. Daniele, patriarca di Aquileia era un fine umanista che con Palladio condivideva la lingua dell’antico e Marcantonio, procuratore di San Marco e diplomatico, era stato bailo di Costantinopoli (ritorna l’Oriente).
La vita parallela delle due ville s’interseca di nuovo negli anni in cui la Malcontenta si era risvegliata, una volta acquistata nel 1926 da Landsberg, quando nel 1934 Giuseppe Volpi, conte di Misurata acquista Villa Barbaro. Il Conte Volpi era in stretti rapporti con Piero Foscari, discendente dei costruttori della villa e avo degli attuali proprietari. All’iniziativa imprenditoriale dei due si lega anche la fondazione del porto industriale di Marghera mentre a Volpi è indiscutibilmente legato lo sviluppo turistico del Lido.
E qui un altro binomio che ci suggerisce la lettura del libro di Antonio Foscari, Tumulto e Ordine. Malcontenta 1924-1939 (e sì, anche qui una coppia, un opposizione!) in cui ripercorrendo con scrupolo da storico ma anche passione per una vicenda che coinvolge la sua storia personale e familiare ci indica nella Villa Malcontenta un raffinato contrappeso alla vita mondana del Lido di Venezia. Un luogo capace di attrarre le attenzioni e la presenza di intellettuali ed artisti nel singolare incontro entro un capolavoro che è al contempo antico e moderno.
Anche la villa culla una duplicità che alimenta un continuo dialogo. E’ veneziana, pienamente veneziana ma romana. E’ antica nelle forme ma sappiamo che nella Repubblica di Venezia l’antico di Palladio e quello che, già prima di lui, aveva fatto irrompere Jacopo Sansovino sfidando temerariamente con la sua loggetta rinascimentale la Porta della Carta, è il nuovo. Il partito dei vecchi, per paradosso, guardava al Gotico dei secoli immediatamente precedenti mentre quello dei giovani, scrutavano ancora più indietro nel tempo. E’ una villa antica amata anche dai moderni come Le Corbusier che Colin Rowe avvicina in un confronto analitico alla sua villa Stein di Garches.
La villa, o fabbrica per usare un termine eminentemente palladiano, ha anche un suo doppio formale con un fronte imponente verso il Brenta, verso Venezia, caratterizzato dal monumentale pronao ionico issato su un alto basamento che nel fronte posteriore si dissolve e viene riassorbito in un disegno che oltre ad averlo smaterializzato, lasciando solo tracce del timpano, si apre al contado con una grande finestra termale d’antica memoria.
Forse La Malcontenta fu un luogo in cui Byron stava piacevolmente esercitando il senso dell’osservazione e dell’intuito sulla vita delle forme che ci avrebbe raccontato guardando ad est.




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