Gli architetti italiani hanno dei libri mitici che devono aver sentito, dovrebbero conoscere o hanno citato. Forse non esiste studente d’architettura negli ultimi trent’anni che non abbia letto, o che non abbia avuto ordine di leggere, Le città invisibili di Italo Calvino. In cima alla lista c’è sempre lui con le sue fascinazioni urbane e spaziali intorno alle quali si continua a riflettere. Seguono altri grandi classici che almeno nel titolo evocano stimoli e arricchimenti. Possiamo parlare di Specie di spazi di Georges Perec o anche Maledetti architetti di Tom Wolfe. In queste pochissime righe non ci si prende la briga di esaurire una lista ma si tenta l’azzardo di insinuare un altro grande autore che in merito a spazialità e simboli architettonici è già ampiamente conosciuto avendo dedicato una vita a peregrinare all’interno del labirinto o nella grande biblioteca di Babele, costruita su matrice esagonale. Parliamo ovviamente di Jorge Luis Borges. A Cristina Grau, che lavorò sul rapporto dell’autore argentino con l’architettura (si veda C.Grau, Borges e l’architettura, Testo & Immagine, 1998), ebbe a dire di essere sorpreso che gli architetti si interessassero di letteratura. Aveva i suoi buoni motivi, perché per Borges interessarsi è una cosa seria, voleva dire votarsi: citare non è interessarsi; pescare lampi da Heidegger o Goethe non è interessarsi.

In Italia, ammettiamolo, con la letteratura maggior dimestichezza sembrano averla gli ingegneri: l’ingegner Gadda primeggia. E se dobbiamo pensare ad architetti che si dilettano con la penna pari peso dell’Ingegnere non può averlo un pur bravissimo Sandro Veronesi che, mutatis mutandis, è come un pur simpatico Gramellini al Corriere della Sera che non può salire sullo stesso gradino del collega Claudio Magris.

Non si irride nessuno così come non lo fa Borges che se si lascia ad andare a celie è solo per amore della letteratura e della parola che è anche parodia e divertimento. Così, insieme all’amico Adolfo Bioy Casares, nel 1967 scrive le Cronache di Bustos Domecq, un divertimento letterario con personaggi e contesti di pura finzione. In un capitolo si soffermano a raccontare l’emergere dell’”architettura funzionale”. Sintetizzando una cronaca delle tendenze architettoniche oggi (allora) in voga citano due nomi come pionieri: Adam Quincey autore nel 1937 del pamphlet Towards an Uncompromising Architecture ed il pisano Alessandro Piranesi . Si riportano passi del pamphlet che così recita:

Emerson, la cui memoria era spesso inventiva, attribuisce a Goethe il concetto che l’architettura è musica congelata. Questa opinione e la nostra personale insoddisfazione per le opere di quest’epoca, ci hanno portato talvolta a sognare un’architettura che fosse, come la musica, un linguaggio diretto delle passioni, non soggetto alle esigenze di un’abitazione o di un incontro recintato. […] Le Corbusier capisce che la casa è una macchina vivente, definizione che sembra applicarsi meno al Taj Majal che a una quercia o a un pesce. 

Si ripercorre velocissimamente poi l’evoluzione dell’architettura contemporanea da quella caotica del Piranesi (l’aver ripescato il nome dell’autore delle Carceri non è casuale per parlare di forme che probabilmente rimanevano indigeste a Borges e Bioy Casares) al sincretismo di Otto Julius Manntoifle, costruttore del Santuario delle Molte Muse che unisce la casa-abitazione, il palcoscenico rotante, la biblioteca circolante, la cappella evangelica, il tempio buddista, pista di pattinaggio, bagno turco… ecc. Segue poi il dirompente Maestro Verdussen artefice di un gioiello con il primo piano pieno di scale, il secondo fatto solo di finestre, il terzo di soglie e così a seguire con tutti gli elementi base dell’habitat dell’uomo moderno in un grande slancio verso l’arte dell’inaccessibile e dell’impraticabile.
In questo scherzo letterario risuonano anche i nomi di Ruskin, Gropius e Wright che Borges confessa di apprezzare. Così riporta Cristina Grau nel suo libro citato:

Borges: Credo che Frank Lloyd Wright fosse un architetto ammirevole, un grande inventore di spazi, non è vero? Andai, molti anni fa ormai, a un museo di New York che avevano appena inaugurato.

Grau: Il museo Guggenheim?

B.: Sì, l’architetto era stato Frank Lloyd Wright, no?

G.: Esattamente. E cosa ricorda del suo percorso?

B.: Io, allora, ero quasi cieco, però anche un cieco vede.

G.: …!

B.: Sì, ricordo quando ero nel deserto. Sentivo l’enormità dell’estensione di sabbia, sentivo il calco, il sole sulla mia testa, l’aria secca, il vento che soffiava senza ostacoli, l’assenza di suoni, tutto questo… e sentii… come le posso dire?… una vertigine orizzontale.

G.: E nel museo Guggenheim?

B.: Ricordavo la sua circolarità. Ecco, non potevo distinguere gli oggetti, però la luce sì, e notavo che il percorso non era in linea retta… andavamo in discesa (con mia madre), in circolo, perché la luce era sempre a destra, una luce che proveniva da una cupola di cristallo, mi dissero, e chi io notavo sulla mia testa, come se non fossimo stati in un edificio, ma all’aria aperta, e mi chiedevo angustiato se tutto sarebbe finito di colpo, nel vuoto, e sarei precipitato…

Borges non sarebbe precipitato. Avrebbe finito il suo percorso al pian terreno dove una curva irregolare definisce una vasca che, come disse Italo Calvino [cari architetti, non gli si sfugge!], disegna un occhio che dal basso verso il cielo osserva il museo, un occhio occulto, un occhio che anche cieco osserva.

2 risposte a “Jorges Luis Borges e Adolfo Bioy Casares critici d’architettura.”

  1. […] la vasca-occhio che punta al cielo della fine del percorso del Guggenheim di New York (si veda il nostro articolo). Nel giardino l’acqua se non zampilla sfila esile e a sfioro, poco sotto il limite della […]

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  2. […] bada. Non troviamo neanche gli architetti de Le cronache di Bustos Domecq di Borges e Bioy Casares (di cui abbiamo già parlato). Dovrebbe esser chiaro, poi, che gli architetti di cui ci parla Orazi sono reali e che egli non […]

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