Come è possibile che un ignorante come Hitler possa governare la Germania?
Queste sono le parole che Karl Jaspers rivolge a Martin Heidegger un mese dopo il suo discorso d’insediamento come rettore dell’Università di Friburgo pronunciato col favore, e nella certa parziale incomprensione, delle autorità naziste, il 27 maggio 1933. La domanda del filosofo solleva l’eterno stupore di fronte all’assurdo esito politico della crisi sociale e politica nel centro dell’Europa di quasi cento anni fa. Recentemente uscito per Einaudi, il libro di Mauro Bonazzi, Il demone della nostalgia. L’invenzione della Grecia da Nietzsche a Arendt ha il merito di ripercorrere con la precisione del filosofo e l’affabilità del narratore il movimento di pensiero in quel centro dell’Europa, la Germania, che mostra, tra le altre cose, come quella nazista non fu una momentanea follia ma l’irruzione brutale, ma per molti aspetti coerente, in un ricco percorso culturale e di pensiero avviato secondo alcune letture già nell’Illuminismo (Adorno e Horkheimer, tra gli altri). Non è per la semplice ricerca di attualità e per tenere il passo sensazionalistico della cronaca che si parte per invitare alla lettura di questo libro proprio dall’accenno all’episodio del discorso con cui Heidegger chiamava l’Università tedesca all’allineamento col potere ma ogni buona lettura ha il merito di illuminare su diversi piani.
Bonazzi illustra l’evoluzione del pensiero tedesco sulla Grecia antica, sempre in cambiamento ma fedele ad uno spirito filoellenico che guardava ad essa come ad una patria ideale. Centrali sono la figura di Nietzsche, che scuote la visione dell’antica serenità e compostezza con cui Winckelmann aprì al rapporto con la classicità, e quella di Platone, attorno alla cui problematica interpretazione ruota la concezione di una filosofia politica totalitaria (Popper). Evitiamo di ripercorre in sintesi qui i passaggi del libro, di per sé sintetico rispetto all’ampiezza del tema trattato. Rischieremmo, nella velocità, di banalizzarlo facendo in qualche modo il gioco delle troppo rapide conclusioni moraleggianti di una lettura non attenta. Ci sia da monito come nell’appropriarsi del pensiero e della storia antica alla ricerca di legittimazione il nazismo si innestò violentemente con la sua visione, distorcendo e mistificando, scegliendo proprio la via della rapida e lineare lettura che muove a mirabolanti sintesi secondo una concezione del valore e dello studio della storia che è lontana da quello meticoloso e “noioso” dei “professoroni”. Andandosi a leggere le pagine dal libro Il nazismo e l’Antichità di Johann Chapoutot, (Einaudi, 2017) si trovano pagine in cui viene riportato il pensiero di Hitler, memore di sé come giovane studente, sull’insegnamento della storia che potrebbero apparire meritevoli di attenzione e in parte condivisibili oggi quando egli sostiene passata la necessità di mandare a mente nozioni, date ed eventi. Ciò che serve, sostiene, è cogliere il senso, il grande disegno [non è questo pensiero falsamente sintetico e superficiale quello verso cui ci stiamo orientando delegando la “spicciola” memoria ad altri strumenti]. Sapere è secondario, l’importante è vedere un senso, interpretare al di là della precisione scientifica ed è così che quindi si alimentano le grandi, e assurde, teorie.
Nell’avviarsi alla conclusione della lettura sembra normale chiedersi se la riflessione filosofica più raffinata possa davvero aver contribuito ad alimentare l’orrore che conosciamo, se essa precede come base il percorso politico-sociale o se essa sia una costruzione che lo riveste, se la raffinatezza intellettuale sia sufficiente per evitare l’abominevole e così via [domande non poste qui per la prima volta]. Al Jaspers che si interrogava sul misterioso ritrovarsi al potere di un politico ignorante arrivò nel marzo nel 1951 una lettera dalla sua allieva Hannah Arendt dove la filosofa/non filosofa scriveva:
Ho il sospetto che in tutto questo pasticcio la filosofia non sia innocente e monda da ogni macchia. Naturalmente non nel senso che Hitler abbia qualcosa a che fare con Platone. […] Direi, piuttosto nel senso che questa filosofia non ha mai avuto un concetto puro della realtà politica, e non poteva averne uno, poiché essa ha parlato dell’uomo costretta dalla necessità, e ha trattato della pluralità solo incidentalmente.
Allieva, la Arendt, che sentiva l’urgenza di ripensare una filosofia per ripartire dopo la tempesta. Un’urgenza di un pensiero che avesse coordinate politiche che sembra urgente anche oggi. E’ un caso che mentre si sta per chiudere questa nota ci salta all’occhio questo articolo di Ezio Mauro https://www.repubblica.it/cultura/2025/05/27/news/occidente_senza_pensiero_aldo_schiavone_ezio_mauro-424630564/ ?
Ora, certi della fumosità di quanto scritto sopra per far un dovuto servizio di chiarezza ed invito alla lettura ecco alcune parole dalla quarta di copertina:
La tempesta che ha attraversato l’Europa tra Otto e Novecento è stata anche una battaglia di idee, identità, visioni del mondo: una storia di uomini e donne, filosofi e filologi, scrittori, intellettuali che in quei tempi inquieti per capire chi erano – e chi siamo – hanno guardato in una direzione precisa: la Grecia antica, la sola e vera patria, da cui tutti si sentivano esuli. Qual era allora, ed è oggi, il peso del passato nella costruzione della nostra identità, sia individuale sia collettiva, di europei e occidentali? Qual è il segreto che la Grecia custodisce così gelosamente?





Scrivi una risposta a Haim Ben-Abraham, Cercando l’aria. Il dialogo del midrash con il nostro tempo. – Byron Cancella risposta