Noi, Byron, non siamo soliti rincorrere l’attualità. Preferiamo cercare e leggere le tracce di ciò che è già avvenuto ma di tanto in tanto, mentre prendiamo la via dell’oriente, come facemmo nel 1933, o ci issiamo sui nostri amati monasteri ortodossi del monte Athos, dove arrivammo con meraviglia nel 1927, sentiamo un vociare che non possiamo non ascoltare. Ecco che nel fine settimana che chiude agosto siamo scesi dal monastero, nostra torre d’avorio, e ci permettiamo una rara nota di attualità, depurata da eccessivi coloriture autobiografiche e intellettualismi esasperanti (sapremo citare anche Sabrina Ferilli, vedrete!). Siamo coscienti di poter incespicare urtando sensibilità altrui meritandoci brutti commenti ma cercheremo con la nostra più raffinata e britannica educazione di non alimentare troppo irosi pensieri in chi ci legge. Speriamo di raccontare qualcosa di nostro in maniera meno buffa di come capitò di fare nell’estate di un paio di anni fa allo sventurato Alain Elkann colto dall’incontro con dei giovani lanzichenecchi sul treno per Foggia mentre, con un completo blu di lino stazzonato, leggeva placidamente Proust (qui il racconto per chi non ricorda). L’attualità più greve ci ha rincorsi e non possiamo sempre ignorarla.

Ci spinge a stendere questa nota il caso, che sempre più spesso crediamo non esistere, tramite la lettura di un articolo di Luca Sofri su Wittgenstein.it questo lunedì mattina. L’articolo muove diverse provocazioni per riflettere attorno al tema dell’indignazione, vocabolo che nell’uso comune via social ancora ha un bel margine di vantaggio sul più recente ‘resilienza’. Lo leggiamo dopo aver appena trascorso un giorno e mezzo a Venezia, dove appena possiamo andiamo a rinfrescare una personale memoria e ad onorare quella Villa Foscari, di cui abbiamo scritto (articolo). Questa volta la raggiungiamo per andare a parlare di libri. Libri che ruotano attorno a quel miracolo svanito che è stata la Vienna di inizio Novecento. Ironia del caso, che non esiste, quando una delle persone che ci hanno piacevolmente accolto di domenica mattina ci ha dato appuntamento ad un tavolino del bar in Campo Santo Stefano per la prima volta ci accorgiamo che sopra una porta di quel Palazzo Loredan che oggi ospita l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti alberga la scritta, accuratamente restaurata, “K.K. STADT UND FESTUNGS COMMANDO”. Un reperto austroungarico della Kakania di Musil, coincidenze?… un segno di tempi cupi? 

Siamo arrivati a Venezia in treno, transitando per forza di cose per il Ponte della Libertà, originariamente realizzato dall’Imperial-Regia Privilegiata Strada Ferdinandea Lombardo-Veneta (K.K. Priv. Lombardisch-Venetianische Ferdinandsbahn), altro K.K. Nelle ore precedenti Il viaggio in treno ci ha concesso il tempo per leggere con attenzione i giornali. Siamo colpiti da due articoli che ruotano attorno al tema della guerra di Gaza, e quindi ad altissimo potenziale d’indignazione: un articolo scritto da Giulia Pilotti per Domani su Emanuela Fanelli, la conduttrice che si è guadagnata accuse di pavidità ed ignavia non volendo parlare di guerra dal palco della Mostra del Cinema di Venezia, non reputandolo adeguato, e l’appello del giornalista e regista israeliano Uri Misgav su Haaretz perché Israele possa trovare una salvezza dal suo disgraziato governo. Li proponiamo alla lettura indugiando con qualche commento sul primo, apprezzando lo spirito di solidarietà di chi scrive il pezzo, perché a noi sembra che l’apparente leggerezza del comico spesso illumini magistralmente la realtà svelando ipocrisie e maschere.

A distanza di poco tempo da quella polemica un altro discorso da un diverso palco ha avuto maggior verve di quella che avrebbero potuto avere le parole dell’imbarazzata Emanuela Fanelli che di fronte alla chiamata alla spettacolarizzazione del pubblico impegno ha avuto una reazione simile a quella che ci pare ricordare ebbe Sabrina Ferilli sul palco di Sanremo di qualche anno fa, invitata a sciorinare un monologo impegnato. Calato il silenzio pregno d’attesa disse, parafrasando: “Ma che ve devo di’? So’ famosa, c’ho avuto successo, c’ho un marito ricco… ma che ve devo raccontà? De che devo piagne?”  Il discorso con diversa caratura a cui ci riferivamo è stato quello del portuale di Genova a sostegno della Gaza Sumud Flotilla in partenza, che, poco attorialmente preparato, si era scritto la scaletta sulla mano,  più Trotsky che Stanislavskij. Un discorso che risuona affine, tornando a parlare di bel Cinema, all’epico racconto di Dunkirk di Christopher Nolan quando il personaggio interpretato da Mark Rylance a bordo della piccola imbarcazione Moonstone afferma deciso al militare scampato all’avanzata tedesca: “Non possiamo sottrarci, figliolo. Andiamo a prenderli!” Lì si parlava di mettere in salvo militari in trappola, qui, nel momento catastrofico per il quale dal centro di Israele anche Uri Misgav chiede aiuto, sperando oltre qualsiasi ragionevole speranza di successo, si tratta di offrire un assaggio di salvezza a chi è stretto affamato tra le bombe di un esercito straniero e la violenza di un gruppo sanguinario interno.

Ma, tornando alla nostra piccola storia che non interessa nessuno, la prima persona che andiamo ad incontrare a Venezia, sabato, ci dice di raggiungerla al Lido scusandosi per la possibilità del disagio comportato dalla manifestazione programmata. Eh, già. Siamo a pochi metri dal Palazzo del Cinema e, annunciata da tempo, si prepara la manifestazione in sostegno di Gaza che tanto ha fatto accendere gli animi di polemica, quella a cui tra gli altri parteciperà da libera cittadina anche la già citata Emanuela Fanelli. Noi invece non avevamo in programma di manifestare, siamo capitati lì per caso. Siamo lì a camminare tra la polizia che attende il corteo pacifico per andarci a cercare un cantuccio tranquillo dove parlare sotto con un cielo cupo che celebra la fine dell’estate. Nuvole all’orizzonte sopra un mare fitto di grandi navi, gli ultimi ragazzi che si godono la spiaggia quasi deserta per una partita di calcio e l’inamovibile, banale e scontato pensiero della Morte a Venezia che ci culla (ahi, alla fine ci siamo Elkanizzati!). Eravamo venuti a parlare di libri ma di quello lì non si parla. Non possiamo non parlare di ciò si muove attorno tentando di non fermarci alla superficie. Il mio interlocutore ha pieno titolo per discuterne e l’ascolto con attenzione. Parla con la serenità degli anni e col peso di un profondo coinvolgimento perché l’attualità per lui è ulteriore materia di una memoria che abita negli oltre 500 anni che hanno visto la sua famiglia vivere in laguna. Gli anni che anticipano di poco l’apertura del Ghetto e quelli che lo hanno visto nascere, primo dei suoi, fuori da esso. Le sue parole sono chiare: grave, tremendo, danno, catastrofe e ben le capiamo ricordandone altre sue più vecchie che vedevano in quelli israeliano e palestiense nodi di tragedie incrociate impossibili da sciogliere senza trovare il perdono e la giustizia per ambedue.

Meditiamo le parole fino a sera ragionando sulla necessità del difficile disarmo della parola. Della parola da non rendere appiglio per indignazione, accusa e rabbia. Del pericolo in atto anche nella più pacata e raffinata riflessione di teologi grandi e piccoli commentatori di politica. Lo facciamo in serata passando per il Ghetto dove cogliamo il momento in cui il grande gruppo che in questi anni ha occupato l’antico quartiere, quello del movimento Chabad-Lubavitch, sta celebrando la fine dello Shabbat di fronte alla sua casa di studio. Lo facciamo cercando di attingere alla tradizione ebraica di lettura del testo dove anche la Torà stessa è a rischio di idolatria. La sua letterarietà presa come una pietra da lanciare è idolatria, mi ricordano a modo suo le parole di chi da decenni la studia. Esiste una Torà scritta e una orale, o meglio, una ‘come la si scrive’ e una ‘come la si legge’. Hanno pari dignità. Attenzione alle letture che la inchiodano e la asfissiano, attenzione ad ignorare il dialogo con essa che è Talmud ma non solo, tutta la storia fino ad oggi. La si sciolga dalle nefandezze della politica, la si allontani da quella ormai celebre “destra religiosa” che abbiamo imparato a conoscere dai giornali, non tanto diversa da quella che ruotava attorno ai vecchi Bush e Cheney di quando si parlava di un cristianesimo rinato in un’America storicamente e messianicamente fondata come “città sulla collina” da John Winthrop in poi. Di un’America dove sembra sempre risuonare il refrain del potere allineato con Dio ed i suoi progetti, anche in questi mesi tra il grottesco e il tragico. Potenzialmente molto più tragico dopo che, durante una di queste conversazioni veneziane parlando di Austria e grandi figure, per tornare al Wittgenstein di cui sopra, il mio interlocutore mi fa: “Lei ha presente Kurt Godel? Il logico-matematico? Lo sa che quando sostenne l’esame per la cittadinanza negli Stati Uniti, dove era fuggito dall’Austria, ebbe da discutere con l’esaminatore perché sostenne che nella Costituzione americana c’era un vulnus logico che permetteva legalmente di passare dalla democrazia alla dittatura?”

[Difficilmente scriveremo altre note simili nutrendo, e molto, il dubbio di aver fatto anche noi chiacchiericcio.]

Una risposta a ““Non possiamo sottrarci, figliolo.” A parlar di libri si finisce a parlar di oggi.”

  1. […] di strade, ma ci arriveremo. Scendendo lungo la linea ferroviaria adriatica (scendevamo da Venezia, ricordavate?) comprendiamo qualcosa di quel che vuol raccontarci. Lo capiamo quando superata la Romagna alla […]

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