[Breve nota moraleggiante – la si perdoni con benevolenza]

C’è un film italiano di ormai dieci anni fa che vanta un primato assoluto di rifacimenti/remake in giro per il mondo: Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese. Ci viene in mente perché, con il compito che è proprio del film, mostrare ma non spiegare, racconta della perdita della sincerità dei rapporti, delle incomprensioni, mettendo al centro la delega delle relazioni che si affida al telefono. Ma non al telefono in sé, strumento per poter parlare a distanza e spesso per mantenere la distanza, ma forse alla tecnologia in genere, che non è neutra, e agli schermi in senso lato. Nel film il telefono è custode di segreti e delicato strumento dell’equilibrio dei rapporti entro un limite di rispettabile ordine. Sappiamo però quanto la tecnologia delle comunicazioni o meglio gli strumenti per generare e assorbire contenuti – per inciso, nel giorno in cui ci lascia Edgar Morin forse dovremmo essere più sensibili all’insegnamento delle teste ben fatte anziché ben piene – agiscano come luoghi di sobillazione, eccitazione e conflitto.

In una scena del film uno dei personaggi, interpretato da Marco Giallini, invoca una parola d’ordine: disinnescare, ovvero il non trasformare ogni discussione in una lotta per la supremazia. Con accento veracemente romano il personaggio di Giallini sembra anticipare alcuni dei temi di un americano attualmente residente a Roma che, vestito di bianco, afferma che l’intelligenza (artificiale) deve essere disarmata. Artificiali o naturali che siano tutte le intelligenze andrebbero disarmate!

Anche con gli intenti morali migliori le parole di confronto sono diventate lotte per la supremazia ed empiti di polemica aspra.

Non entriamo nel merito dei temi ma recentissimamente strali hanno colpito Erri De Luca per una sua posizione sul sionismo che egli non ha inteso come l’etichetta di un crimine; altri hanno colpito Francesco De Gregori per non aver apprezzato l’aperto schieramento politico di Bruce Springsteen; qualche mese fa Wim Wenders fu criticato per motivi simili. Ci si potrebbe chiedere se l’attacco a chi è in vista sia mosso solo da alto motivo ideale e critico o se non non agisca anche il morbo dell’invidia, a volte. Ciò che spesso colpisce è l’indugiare sulla perdita dello smalto dell’artista o dell’uomo di cultura ormai invecchiato miseramente: “che poi, a ben guardare, anche prima non era poi un granché! Allora bruciamo i libri, gettiamo i dischi…”

L’astio prevale. Un astio da disarmare che forse coltiva una forma di potere che vorremmo raggiungere. Forse uno scagliarsi sull’intellettuale invecchiato, inciampato e caduto in disgrazia foriero di quel sottile piacere che indicibilmente ha l’uomo vivo che cammina nel cimitero, da sopravvissuto. Scorge chi è a terra e gode del sollievo di aver vinto, vivo ancora nel giusto, nella verità [prendiamo in prestito alcune idee di Elias Canetti]. 

D’istinto noi abbiamo simpatia delle “vecchie glorie”. Pensando alle parole di Erri De Luca che questi giorni ci hanno fatto venire in mente di scrivere due righe, non volendo da pavidi quali siamo entrare nell’agone, ci viene in mente una figura del Talmud. Si tratta di Rav Yosef bar Hiyya. Si racconta di lui come di un grande sapiente, di una conoscenza così vasta da meritarsi il soprannome di “Sinai”. In vecchiaia si ammalò di una forma di demenza che gli cancellò la memoria e dovette cercare di ricostruire il suo sapere ripercorrendolo e ricordandolo insieme al suo principale allievo. Con lui si ricorda che le prime tavole dell’insegnamento che Mosè prese sul Sinai, rotte perché scagliate al vedere il vitello d’oro, vennero conservate con rispetto come le nuove. Se lì passò un senso, un significato (una santità per chi afferra maggiormente così il concetto) allora sono da tenere comunque in considerazione come un vecchio maestro ormai fragile. Se una volta passò da qualcuno una parola significativa quella comunque resta.

Nessuna invidia per De Luca, De Gregori, Wenders da parte nostra ma forse solo tanta per chi ritiene di poter con assoluta certezza affermare il giusto e lo sbagliato.

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