Per circa tre mesi, da fine febbraio 2026, in Iran internet è stato spento per spegnere gli spiriti di rivolta che in passato hanno trovato nella rete un mezzo efficace di opposizione al potere. Quasi niente abbiamo saputo della repressione che intanto non si era fermata e che aveva poco di digitale. Il silenzio radio ha permesso solo alle voci dell’autorità di prendere la parola e non abbiamo saputo quale fosse il sentimento della popolazione così come la popolazione iraniana non ha saputo quanto noi, qui, fossimo in continua apprensione e spaventati per la salita delle quotazioni del greggio – Che tutto questo finisca pur di pagare di meno!

Un romanzo breve di qualche anno fa (Soheila Beski, Particelle, Ponte 33) segue il nevrotico disordine di un maschio iraniano che scopre l’eccitante vita del mondo virtuale dove poter fluttuare libero.

E’ anche più affascinante del Paese delle Meraviglie. Ci risucchia come una macchina del tempo e ci permette di viaggiare da una parte all’altra del mondo come spiriti che passano attraverso muri e porte chiuse, facendoci sbirciare in ogni angolo senza doverci muovere da dove siamo.

Ci permette di svelare tenendoci addosso il velo. Un mondo dove godere dell’irresponsabilità che già nella vita il protagonista ha mosso a suo statuto morale: negare l’evidenza del tradimento, sfuggire alle domande, rivoltare le colpe, godere della sua posizione di maschio e al tempo stesso irridere i conformismi che ravvisa negli altri. Una vita che vaga come una particella nell’etere, un bit nella rete, sorpassando le domande essenziali nell’ambigua posizione di uomo dall’impiego governativo ma anche padrone di casa di un appartamento che ospita feste da nascondere alla polizia morale. Feste in cui si parla anche di democrazia e di una tale che ha fatto ritorno in Iran dopo tanti anni riconoscendo che era ormai vano attendere un cambio di regime [il libro ha quasi venti anni].

La voce ci Soheila Beski ci arriva da dentro Teheran e non dall’Iran della diaspora grazie alla casa editrice Ponte 33 che, ispirandosi nel nome ad una delle architetture più suggestive di Isfahan (il Si-o-se Pol), offre al lettore italiano le voci del vicino oriente operando quella piccola ma necessaria azione politica della conoscenza che rende possibile il dialogo. Soheila Beski è stata una scrittrice che ha fondato e diretto per anni nel proprio paese una prestigiosa rivista di architettura e design, Memar [architetto/costruttore] e che allo stesso modo si è dedicata alla scrittura e alla promozione letteraria. Ci offre uno scritto ironico sul reale e sul virtuale che il regime ha deciso di spegnere temendo rivoluzioni e che noi in occidente teniamo continuamente acceso per compiere involuzioni.

In giorni in cui si parla di un accordo/non accordo, parole vere/parole false, bluff… Particelle ci fa fermare a leggere e rileggere poche righe per capire se di tanto in tanto i nostri occhi debbano essere cambiati guardando da un lato o dall’altro del mondo:

anche se il mondo sta diventando interconnesso come le falde acquifere sotterranee, penso che per nazioni antiche come la nostra bisognerebbe avere un approccio differente perché, come succede con i rami di alberi secolari, abbiamo preso curve e torsioni che sono del tutto particolari. Ad esempio, noi siamo giunti alla conclusione che la parola non esiste per dire, ma per non dire. Non è vero quello che si dice che è vero, ma quello che non si dice.

Un Paese giovane dovrebbe essere quindi più lineare nell’esprimersi, secondo il protagonista del libro? Ad esempio lo dovrebbe essere un Paese che fin dalle parole dei suoi fondatori voleva essere una evangelica città sulla collina, secondo una formula ribadita fino allo sfinimento dai suoi presidenti, dovrebbe anche avere un parlare chiaro come quello, sempre evangelico, del sì sì e no no perché il più viene dal Maligno (quel paese che, ironia del caso, in Iran chiamano dopo Khomeini il grande Satana). Un paese giovane prossimo a festeggiare i suoi 250 anni, quasi in concomitanza con gli 80 del suo attuale reggente, che ai piedi della casa presidenziale fa erigere il grande carrozzone di un ring per combattimenti sanguinari. Un esibizionismo da bassa lega che certo dista per stile e raffinatezza [?] dalle grandi distese di tendoni allestiti dallo Shah Reza Pahlevi per festeggiare i 2500 anni dell’impero persiano nell’ottobre del 1971 ai piedi della città cerimoniale di Persepoli, e tutt’ora visibili, dirute. Esibizioni di potere, di prestigio, sfavillanti ma aride.

Resti dei festeggiamenti del 1971 a Persepoli (fonte: Wikipedia)

The arena for the UFC Freedom 250 fights on the South Lawn of the White House is photographed Thursday, June 11, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

E di fronte a tale aridità, come chi chiede alla sentinella a che punto è la notte, lasciamo chiudere al poeta iraniano Nima Yushji:

Si è inaridito il mio verde campo

accanto a quello del vicino.

Eppure si racconta: “Piangono,

in lutto piangono sulla sponda affianco.”

O messaggero delle giornate nuvolose, Darvag!

Quando arriva la pioggia?

Su un banchetto da nulla,

in questa capanna nuda e buia

senza nemmeno un briciolo di gioia,

Mentre tutt’attorno si screpola

la riarsa parete di canna

come il cuore degli uomini in nostalgia degli amati,

o messaggero delle giornate nuvolose, Darvag!

Quando arriva la pioggia?

Lascia un commento

In voga