Sazio di giorni edito da Giuntina, l’ultimo libro dello scrittore israeliano Yoram Kaniuk, scomparso nel 2013, è un volumetto contenuto per dimensioni e uno di quei libri che si accompagnerebbero a righe di commento più numerose di quelle del testo stesso. Come opera ultima scritta in prima persona con una voce narrante, quella del pittore Orlov, che incrocia elementi della vita dell’autore è stato accolto naturalmente come un testamento letterario e artistico di Kaniuk.

Una certa familiarità con la tradizione religiosa aiuterebbe a comprendere meglio questo piccolo gioiello di scrittura che comincia, non certo casualmente, rimaneggiando il più ingombrante incipit della Scrittura: “In principio c’era il quasi.” E’ quasi l’inizio della Bibbia: “In principio Dio creò il cielo e la terra.” [in ebraico:  Bereshit bara Elohim et hashamayim ve’et ha’aretz]. Ma anche quasi l’inizio del più teologico dei Vangeli, quello di Giovanni: “In principio era il Verbo” [in greco: Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος – En arché…]. In principio un fatto contro in principio un Verbo… ma soprassediamo per non diventare pedanti. Conserviamo per ora solo il “quasi”.

Perdoni il lettore insofferente a quelle che può ritenere certe ingenuità di tempi che furono, credenze e superstizioni, se indugiamo in questo campo ma probabilmente comprenderemmo poco del libro se non riconoscessimo il suo autore nel lungo filone di riflessione legato ad almeno cinque libri scritti circa 2.500 anni fa in seno ad una tradizione costruita sulla parola.

Le parole restano. Sono note musicali che il compositore ordina ad altri di suonare. I greci l’avevano capito. Grazie ad esse gli ebrei hanno costruito il loro popolo e la loro eternità.

Ma non ci si aspetti di trovare in Kaniuk uno scrittore linearmente pio, pacificato in quella che, usando una parola anche tagliente e pericolosa, potremmo chiamare per intenderci la sua identità ebraica. Yoram Kaniuk, sposato con una donna cristiana, ha infatti scelto in tarda età, nel 2011, di cancellare ufficialmente dai suoi documenti ogni definizione e affiliazione religiosa. Ci permetta lo scettico di concedere al pensiero religioso almeno pari dignità di quello filosofico perché allo stupore timoroso del thauma aristotelico, quello che fa sobbalzare per riprendere fiato, ognuno poi espira l’aria/pneuma inspirata [e si esprime] come può. Borges giocava con gusto nella teologia e anche oggi di tanto in tanto a molti commentatori piace affacciarvisi per capire cose, forse da poco o forse solo curiose, come scismi lefevriani vari o nuove [?] destre che gongolano in hoc signo. Lo stesso nostro Robert Byron, compiaciuto laico cittadino dell’impero britannico, faro di civiltà e libertà del mondo, come lui lo riteneva, innamoratosi dell’arte bizantina e folgorato sulla via del Monte Athos arrivò a dichiarare una profonda [nutriamo perplessità] vicinanza della religione anglicana all’ortodossia cristiana orientale.

Ma, tornando al libro, perché fatichiamo a scindere Orlov da Kaniuk? Perché Kaniuk è sì uno scrittore ma anche pittore, figlio del Moshe primo curatore del Museo d’Arte di Tel Aviv, e sulla dialettica delle due arti si esprime con profondità nel libro. E poi il protagonista, Orlov, è il risultato di una travagliata identità, figlio di un nazista ignoto che ha consegnato sua madre alla Gestapo e di una madre snaturata (che per la tradizione matrilineare ebraica dà comunque l’identità di appartenenza al popolo) che insegue amori nazisti, arabo-islamici ma mai l’amore materno. Genitori tremendi che generano però un uomo dismesso che sarà a suo modo quanto di più vicino per suo figlio Omri all’immagine dell’amorevole Yiddishe Mame della tradizione ashkenazita, cucina a parte. Radicato in una tradizione mai rinnegata Kaniuk nella vita non smise mai di osservare il suo Paese con occhio critico, adombrando il rischio di vederlo un giorno come un Iran ebraico, radicalmente diverso dall’immagine che associava al Paese di Ben Gurion. La problematicità emerge nel libro accompagnata dal dialogo con visioni diverse che lo interrogano e lo mettono di fronte al grande nemico che è la morte.

I bambini fino all’età di tre anni somigliano agli animali: non ricordano se stessi e non temono la morte perché non la conoscono. Ma gli adulti la capiscono, per questo hanno inventato le religioni, il mondo a venire e tutte le ciance sulla reincarnazione. Nella Bibbia non esiste il mondo a venire. […] Il concetto di mondo a venire è arrivato dai babilonesi e si è radicato nella religione dei figli d’Israele fino a trasformarla nella religione del mondo a venire e del Messia, ma il Messia non può arrivare perché è un anelito, non una concretezza.

Orlov vive ritraendo i morti, combattendo la morte per i cari dei defunti folgorato dal ricordo di un padre che ritrasse il figlio scomparso in guerra.

Girava voce che Shemi fosse entrato, si fosse seduto, avesse fissato a lungo il figlio scrutando ogni millimentro del suo volto senza aprire bocca, senza piangere, avesse chiesto in silenzio, senza unalacrima di concepire il figlio che non aveva più, poi avesse estratto un foglio e una matita e con la tranquillità della concentrazione avesse scatenato una guerra contro la morte del ragazzo per far rivivere il suo volto, e in pochi, rapidi tratti si fosse generato un figlio.

Riguardo ai morti di cui vive, toccando la riflessione di Elias Canetti di Potere e sopravvivenza, così dice: “li ho vinti fino ad oggi, ecco l’unico onore che mi spetta.” Ma può l’arte compiere il miracolo? “Arte, scienza, tutto è temporaneo, mai assoluto, tutto è “quasi”, quasi vivo, quasi morto“. Il quasi è una delle chiavi di lettura del romanzo, quello stare-tra, sospeso, dove davvero è la vita, quello che Orlov dice essere il momento fra le cose che è l’essenza delle cose. Per tornare ancora al pensiero metafisico, quel “già e non ancora” che il quasi cristiano e quasi ebreo Orlov potrebbe aver sentito nella tradizione cristiana che cozza con la notizia di un Messia che è già arrivato ma che non sembra aver rivelato il mondo che ci si aspettava. Ma può davvero l’arte, ripetiamo, compiere il miracolo di riportare in vita, di creare vita? Orlov combatte strenuamente per la sua rappresentazione del reale, figurativa, che non accoglie l’avanguardia, l’astratto. Litiga con de Kooning, venera i maestri dei tempi passati. Ci richiama gli antichi ricchi dipinti della sinagoga siriana di Dura Europos che squarciano una certa comprensione dell’aniconismo del II comandamento (qui si veda anche un altro libro dello stesso editore: Massimo Giuliani, Non ti fari immagine alcuna). Adora la Crocifissione di Grunewald, uno dei quadri più significativi per Elias Canetti che, sappiamo, di immagini si nutriva. Nella Crocifissione suo figlio Omri riconosce dietro l’immagine di Cristo suo padre: “Un ebreo sottomesso e forte, orgoglioso della disabilità che si è scelto.” Lasciamo ora stare che c’è una profonda tradizione di meditazione della disabilità, della claudicanza di Giacobbe/Israele altrimenti ci perderemmo gli ultimi due lettori di questa nota inizialmente pensata breve ma chiamata ad erompere per la ricchezza del testo.

Dobbiamo esser cauti a proseguirla perché nel finale il libro sembra accelerare con degli echi che sembrano venire, si perdoni la leggerezza degli accostamenti, dall’Oscar Wilde de Il ritratto di Dorian Grey e dal vorticoso mosaico che si ricostruisce nella mente di Chazz Palminteri alla fine de I soliti sospetti (vincitore di due Oscar). Noi abbiamo avuto la sensazione che si arrivi a sciogliere e rivelare quel…

ma qui terminiamo, disdegnando il tutto e fermandoci al “quasi” sotto la cui guida il libro procede.

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