Omero è tornato al cinema. Se avete aperto nelle scorse settimane un giornale, una rivista, una pagina web dovreste averlo saputo. E sì, anche noi abbiamo visto il film di Christopher Nolan ma non ci reputiamo attrezzati per discuterne in breve recensendolo. Ci resta solo da annotare uno spunto dal finale, volto a tentare un rasserenamento dopo tanta violenta lotta. Un finale con un senso di attesa per una nuova narrazione che sia di pace, fragile. “Abbiamo rotto il legame tra gli uomini…” ci dice Ulisse e guarda cosa è successo… Abbiamo ingannato e violato il sacro legame del dono di pace e dell’ospitalità, calpestato la regola di Zeus e l’oscurità è dilagata, necessariamente. Noi un altro Omero in pellicola che cercava la pace ce lo ricordiamo quasi quarant’anni fa. Era vecchio, sì, ma non parlava greco. Non raccontava di una storia nel Mediterraneo. Leggeva al tavolo di una modernissima biblioteca a Berlino e invocava in silenzio:
Narra, musa del narratore,
l’antico bambino gettato ai confini del mondo
e fa che in lui
ognuno si riconosca.
Col tempo quelli che m’ascoltavano
sono diventati miei lettori
e non siedono più in circolo
ma ognuno per sé
e nessuno sa nulla dell’altro.
[…]
E ancora lo ritroviamo mesto:
Il mondo sembra oscurarsi,
al crepuscolo,
ma io lo racconto, come all’inizio,
con la mia cantilena che mi tiene in vita,
dispensato dai tumulti dell’ora
e risparmiato per il futuro.
Basta con l’espansione del tempo
avanti e indietro nei secoli.
Posso pensare solo da un giorno all’altro.
I miei eroi non sono più guerrieri e re, ma
i fatti di pace,
uno vale l’altro.
Le cipolle messe a seccare buone come
il tronco d’albero
che porta attraverso la palude.
Ma ancora nessuno è riuscito a cantare
un Epos di pace.
Cosa c’è nella pace che
alla lunga non entusiasma e
che non si presta al racconto?
Devo darmi per vinto, ora?
Se mi do per vinto allora
l’umanità perderà il suo cantore.
E quando l’umanità
avrà perso il suo cantore
avrà perso anche l’infanzia.

Era un Omero che camminava disorientato per una città che non era Itaca e non era Troia. Comunque fuori da un alto muro (o dentro un alto muro?) vagava tra i vuoti urbani di una città che pativa ancora l’esito della guerra che infiniti addusse lutti. Una guerra accesa da chi si era creduto un nuovo greco, figlio di Atene e di Sparta, di una razza pura che cercava di depurarsi dall’infezione semita e asiatica. Questo Omero del cinema non cercava Itaca ma era in cerca di Potsdamer Platz. Non la trovava, non ricordava dove fosse il Café Josty dove prendeva un caffè nel pomeriggio chiacchierando. Smarrita la piazza e persi gli uditori mortali Omero perse le voce “ignorato e deriso, alle soglie della terra di nessuno.”
Solo le strade romane portano ancora lontano,
sono le tracce più antiche, portano più lontano.
Qui, dov’è il colle?
Anche la pianura, anche Berlino
ha i suoi colli nascosti,
e là soltanto inizia il mio paese,
il paese dei racconti.
Perché tutti, già da bambini,
non vedono passaggi, punti e interstizi
giù sulla terra e su nel cielo?
Se ognuno li vedesse
ci sarebbe una storia senza assassini né guerre.
Vecchio, stanco, con un filo di fiato, chiuso dentro un pesante cappotto che ispessisce il profilo gracile Omero/Homer cerca la sua vecchia piazza e i viali che un tempo correvano senza muri, lontano. Lontano nel tempo più remoto di quando ognuno è bambino, quando il racconto delle cipolle messe a seccare, fatti semplici di un epos di pace, solo per i bambini ha significato. Perché…
«Quando il bambino era bambino,
se ne andava a braccia appese.
Voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente,
e questa pozza il mare.
Quando il bambino era bambino,
non sapeva d’essere un bambino.
Per lui tutto aveva un’anima,
e tutte le anime erano tutt’uno.
Quando il bambino era bambino,
su niente aveva un’opinione.
Non aveva abitudini.
Sedeva spesso a gambe incrociate,
e di colpo sgusciava via.
Aveva un vortice tra i capelli,
e non faceva facce da fotografo.Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
Perché io sono io, e perché non sei tu?
Perché sono qui, e perché non sono lì?
Quando è cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio?
La vita sotto il sole, è forse solo un sogno?
Non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo,
quello che vedo, sento e odoro?
C’è veramente il male?
E gente veramente cattiva?
Come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare?
E che una volta io, che sono io,
non sarò più quello che sono?
Vecchio, stanco, con un filo di fiato, chiuso dentro un pesante cappotto che ispessisce il profilo gracile cerca la sua vecchia piazza e i viali che un tempo
Ci ricordiamo dell’Omero/Homer interpretato da Curt Bois ne Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, retto dal canto di Peter Handke. Ci ricordiamo di ciò che la violazione delle sacre leggi lì aveva portato sotto l’occhio degli angeli, non degli dei dell’Olimpo. Ricordiamo e cerchiamo di trattenere più a lungo possibile il ricordo perché, come conclude ancora l’Ulisse di Nolan:
Ci sarà un’altra alba che aspetta l’oscurità del mondo dove i nostri errori saranno ancora una volta dimenticati.
Se vi abbiamo lasciato, inconcludenti, nella vaghezza dell’uno e dell’altro film forse vi abbiamo reso il servizio migliore invitandovi a vederli.




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