
La bella raccolta Dalle dense correnti di Filippo Davoli (Firenzelibri) si chiude con una breve antologia critica, una raccolta di voci che convergono a parlare della sua poesia. Tutte voci di vivi che gli fanno idealmente visita, contraltare alle anime delle vere visite di “viandanti / ora in quell’altra parte del destino” con cui Davoli dialoga nei suoi versi. I vivi che ne parlano (Massimo Raffaeli, Giovanni Tesio, Andrea Ponso, Davide Tartaglia,…) sanno ben più di noi dirne la raffinatezza dello stile. Noi ci lasciamo attrarre dal suo dire di vita immaginata, colta, ricordata “in un sogno creduto quasi vero“. E chi sa qualcosa del poeta sa che i suoi versi non si staccano dalla sua vita, sono il suo respiro. Davoli scrive per necessità, scrive ciò che sente debba esser detto, che debba avere la sua voce. E’ una questione di fiato/flatus vocis che si addensa, forse quella necessità che non gli fa abbandonare l’insalubre sigaretta che gli offre un’aria densa e calda, visibile dallo sguardo quando esce, compagna
nelle pause malate del pomeriggio
dov’eri stata viatico e condiscendenza,
occasione perfetta di parole
nella gamma infinita dei tuoi impulsi.
I versi raccontano di un uomo maturo che, per quanto non lo scriva, vive accarezzando la sazietà dei giorni, straniero nelle sue passeggiate a cullare una nostalgia che non è solo dei tempi andati ma dei tempi a venire con cui già dialoga.
[…] Eppure, vedi,
io non tornerei indietro, non rivivrei
neanche il meglio. Trascorrere
questo è il meglio che immagino,
la vertigine di un’altra libertà.
La vecchiaia, per quanto Davoli vecchio non lo sia davvero, non fa di lui un poeta venerato. Non sarà mai un grande vecchio, non accumula encomi. Anzi, prepara il vuoto e nella raccolta lo mostra salutando ad esempio la vecchia grande casa sui tetti in centro storico per scendere nel “tugurietto” di due stanze prossima alla strada stretta degli ultimi, per i quali ha sempre avuto una predilezione.
Che fecondissimo vuoto tutt’intorno,
unico scalpiccìo sui sampietrini
il nostro, immacolata solitudine.
Credo sia proprio questa la stagione
migliore della vita.
In questi giorni in cui ci saluta quel Francesco Guccini che non troppo tempo fa ebbe a dire di voler picchiare l’autore del De senectute [Cicerone] con i suoi vantaggi della vecchiaia (salvo che poi Cicerone disse anche che tutti desiderano raggiungerla accusandola una volta raggiunta) è da leggere senza banalità l’ultima stagione della vita, una lunga stagione, nel respiro dei versi di Filippo Davoli, amante come pochi dei versi in musica, della musica e della voce. Una lunga stagione.




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