Molti grandi, forse solo i veramente grandi, hanno l’umiltà di dirsi nani saliti sulle spalle dei giganti. Noi, invece, abbiamo il realismo di immaginarci più scimmiette che delle teste dei giganti sui quali ci siamo arrampicati riusciamo a raggiungere solo la superficie del capo da spulciare, mai davvero la mente. Insomma, non riusciamo a scorgere molto più in là ma ci divertiamo comunque a giocare alla loro altezza. E’ il caso, e qui forse il registro ironico d’apertura ci sembra debba essere messo da parte, che ci si pone quando proviamo ad allineare uno sguardo come quello di Walter Benjamin. Scrittore, filosofo, letterato… tutto questo ma non solo. Ci viene in mente Benjamin, nell’approssimarsi del ricordo della sua tragica morte tra il 25 ed il 26 settembre del 1940, per guardare, appollaiati sulla sua spalla, ad una delle figure che egli amava avere davanti agli occhi, l’Angelus Novus di Paul Klee, sollecitati da una recente lettura di Jonathan Sacks, Alleanza e Conversazione – Genesi, Giuntina. Sarebbe stato naturale rimandare alla lettura di Gershom Scholem, Walter Benjamin e il suo angelo, Adelphi per indagare quel rapporto tra il filosofo e la figura dell’angelo ma una domanda sula direzione dei volti ci è venuta da questo bel commentario al primo libro della Bibbia del rabbino inglese Jonathan Sacks. Sacks, che fu figura di rilievo pubblico in Gran Bretagna, ha il pregio di rendere comprensibile la ricchezza del testo introducendolo e aprendo in esso finestre dove, non è strano, non scorgiamo il passato ma l’oggi. Si struttura come commento alle parashot, le porzioni di Torà lette settimanalmente nelle funzioni religiose ebraiche del sabato, con una scrittura misurata capace di riaccendere molte piccole luci sia a chi può dire di avere una certa dimestichezza col testo che a chi ne è distante, se coglie l’offerta ad aprirlo. E non si fa qui un discorso di fede o appartenenza perché la Genesi è il libro forse più universale della Bibbia (o Tanakh) con la sua lettura sapienziale delle origini, del mondo, dell’umanità sin da subito in difficoltà nella relazione già dalla prima coppia, dai primi fratelli. E’ il libro di volti e caratteri diversi, del pavido Noè, tra gli altri, oggetto della prima arcaica alleanza aperta ad ogni uomo, del più coraggioso Abramo, del battagliero Giacobbe che nella sua lotta riemerge con una claudicanza che è monito e segno del limite. Si può esser grandi ma, come diceva anche con ironia il gesuita Anthony de Mello: “Dio esiste, ma non sei tu: rilassati.” E’ il libro dell’ “incipit più famoso e maestoso di ogni libro dell’intera letteratura.” L’in principio che Dante, per parlare della nostra letteratura, non può ripetere se non calato “Nel mezzo del cammin” [guai per noi a trovare il libro dell’ “Alla fine…”!], ma anche l’incipit che forse in un eretico midrash Giovanni antepone al suo Vangelo appigliandosi al gioco delle parole “In principio”, Bereshit, ma forse anche Be–Reshit, “con il principio”, allargando l’interpretazione ad una compagnia che lui chiamerà il Verbo, il Logos, osando oltre ciò che il Talmud (Meghillah 9a-b) ventilava commentando a partire dal versetto 9,27 della Genesi ricavando che la bellezza di Jafet, da cui vennero i greci, doveva stare nella tenda di Sem, da cui vennero gli ebrei. Atene e Gerusalemme in dialogo.
Insomma, la Genesi è il libro da cui scaturisce la storia universale dove un percorso particolare che possiamo dire storico, religioso, culturale, o identitario (osando una parola verso cui non nutriamo particolare simpatia) si esprime nel difficile equilibrio di particolare e universale/relazionale, appunto. Non è forse così per ogni persona, piccolo disegno di una geometria frattale che si espande? Ma tornando all’inizio [solo inizio, niente incipit]: perché con Jonathan Sacks abbiamo riletto Walter Benjamin? Dove il punto che ce li fatti comunicare? Partiamo dalle celebri parole di Benjamin tratte da una delle Tesi di filosofia della storia:
“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che gli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.”

Sacks in diverse occasioni, particolarmente nel parlare della storia di Giuseppe, il fratello invidiato e venduto come schiavo, si sofferma sulla comprensione del senso di una storia. Dio è colui che da Mosè non si fa vedere in volto ma solo di spalle dopo il suo passaggio. Il suo volto non si può vedere, lo si riconosce solo poi, nel tempo attraverso la sua traccia. Magari, aggiungiamo noi, compresa col lampo dell’illuminata intuizione o con la paziente ricostruzione del discorso e della parola. La parola che ordina, che vorrebbe ricostruire le macerie che invece l’angelo di Benjamin scorge senza riuscirvi. L’angelo è il volto umano, è poco più dell’umano (Salmo 8). Ha gli occhi spalancati a cercare un contatto e la bocca afona che vorrebbe magari dire la parola/davar che ordina e realizza ma non sta a lui poterlo fare. Non riesce a trovare il senso ma solo l’accumulo di macerie, il montare di tragedie e disordine.
In alcune pagine Sacks torna su questo sguardo sulla storia ed il suo senso parlando di Ruben, primo dei figli di Giacobbe. Uomo dalle grandi promesse ma incapace di realizzarle, nel cuore desideroso di salvare il fratello Giuseppe di fronte agli altri fratelli ma poi inconcludente. E’ citato un midrash che si appiglia nel commento a una frase non veritiera, o meglio discordante dallo svolgimento dei fatti, della Torà per come essa è scritta dicendo che se Ruben avesse avuto e letto la Torà, che ancora non c’era, avrebbe di certo fatto la cosa giusta, avrebbe compiuto quello che in cuore sapeva esser giusto, ovvero impedito che Giuseppe fosse venduto e portato in Egitto, facendo arrivare a Giacobbe la notizia della morte, inscenata, del figlio amato, costringendo il padre ad un lutto che non volle mai concludere, non perdendo la speranza che il figlio fosse ancora vivo.
Anche Walter Benjamin non ha potuto leggere il senso della sua vita mentre viveva, non aveva altri occhi in quel momento che verso il cumulo di macerie che si andavano accumulando, la guerra, la persecuzione nazista, la fuga impossibile e lo spettro della cattura, e così osservò il lutto su se stesso, scegliendo la tempesta che spirava da altrove come rifugio, la morte. Il suo sguardo ho voluto cambiare direzione perché ciò che aveva visto montare era diventato disperante.
Partendo dalle origini il bel libro di commento di Sacks crediamo suggerisca una chiave interpretativa importante su come individuare e meditare il senso di una storia individualmente e collettivamente:
“D’altronde ciò che vale per i popoli vale anche per gli individui. Viviamo vite proiettate in avanti, ma le comprendiamo guardandoci indietro.“




Lascia un commento