Il pregio di questo libro appena uscito [Jean-Louis Cohen, Il governo dello spazio. L’architettura come vettore politico, Quodlibet / Mendrisio Academy Press], la pubblicazione di un ciclo di cinque lezioni di dieci anni fa dello storico dell’architettura Jean-Louis Cohen tenute presso l’Accademia di Mendrisio, è di non risolvere con semplificazioni la tematica del rapporto tra architettura e potere politico. Libera il campo da letture automatiche, amplia la prospettiva oltre i regimi autoritari aprendo a quelli democratici, offre una riflessione storica di fondo sul valore delle inerzie delle forme chiamando in causa la continuità dell’architettura oltre la politica, oltre gli intenti, e la resistenza al cambiamento dei luoghi e delle figure coinvolte nel processo. Tra gli esempi Cohen cita l’ultimazione del tremendo progetto fascista di Via della Conciliazione a Roma nel secondo dopoguerra, che poi non apparirebbe un caso così strano se si considerasse la sopravvivenza professionale di Marcello Piacentini sotto la Democrazia Cristiana. Un libro attualissimo dopo anni in cui sembrava forse meno pressante la domanda circa le forme di rappresentazione del potere politico, magari ancora curiose all’apparire nelle ex Repubbliche sovietiche ma secondarie in quello che per convenzione chiamiamo Occidente, quando più in vista era un’espressione della tecnica e del capitale che si replicava ad ogni latitudine.

Oggi però, in tempi di delusione del presente e ricerca del passato, in tempi di nostalgie fin troppo nere, come si racconta anche nel libro di Stephan Truby, Right-Wing Spaces, Birkhauser (2025), – con il quale Cohen nella lezione sui Paradossi della continuità condivide l’osservazione del caso della ricostruzione del Castello degli Hoenzollern di Berlino / Humboldt Forum a opera di Franco Stella – leggere il tema della rappresentazione del potere o dell’immagine della società perseguita in parallelo alle affermazioni elettorali di partiti come AFD si fa interessante. La storia è il campo di gioco del potere secondo il meccanismo ampiamente raccontato del controllo del passato per il controllo sul presente e allora appare naturale che
Tutto accade, quindi, come se la pulsione degli architetti verso i recuperi storici […] sia ampiamente condivisa dai regimi in cerca di frammenti di storia disponibili; frammenti nei quali le forme architettoniche vengono invariabilmente abbinate a racconti rassicuranti o abili nell’indurre alla mobilitazione e al consenso. Il più delle volte mitici, questi racconti condividono, nonostante le loro differenze, un comune richiamo a un’età dell’oro, il cui ritorno sarebbe reso possibile dall’intervento quasi magico dell’architettura.
Il caso studio più lampante è sempre il farsesco presidente degli Stati Uniti, su cui già dieci anni fa Cohen si era interrogato con curiosità riprendendo una citazione poco nota di quarant’anni fa di Umberto Eco.
l’architettura ha forse sempre voluto essere un teatro della memoria? E’ il caso del Louvre. E anche della Trump Tower. Dipende tutto da quello che si vuol ricordare. [U.Eco, Architecture and Memory, Via,1986]
aggiungendo che
Ci si potrà allora chiedere: che forma avrà la biblioteca presidenziale di Donald Trump, dopo quella costruita da Robert A.M. Stern per George W.Bush a Dallas e quella che Tod Williams e Billie Tsien edificheranno presto per Barack Obama a Chicago? E quale architettura si farà vettore delle politiche che Trump sarà riuscito a condurre, sempre che giunga alla fine del suo mandato?
Oggi sappiamo come sarà quella biblioteca (i più sostengono destinata ad essere senza libri) e sappiamo che sventuratamente quel primo mandato è stato concluso e non solo: una torre svettante su Miami con la delicatissima idea di conservare al suo interno un grande Boing replica dell’Air Force One. Una torre che a ben pensarci ci ricorda l’edificio del Casinò di Biff Tannen in Ritorno al futuro parte II (1949). Chi era Biff? Era il bullo antagonista di Marty McFly che sfruttando la DeLorean dello scienziato Emmet Brown detto Doc, aveva fatto una fortuna scommettendo nel passato con un annuario sportivo del futuro. Insomma un insider trader.

Ecco, Biff – si guardi il film – è il modello di un Trump che, non potendo però disporre della macchina del tempo, ha deciso di far soldi facendo accadere le cose in tempo reale dalla posizione di privilegio che misteriosamente si è ritrovato ad occupare esibendo con orgoglio la scaltrezza. E come si esibisce vistosamente se non con delle architetture colossali?






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