Spettabile editore [quale?],
sappiamo quanto la Sua scrivania sia invasa ogni giorno da proposte di pubblicazione di aspiranti grandi autori e agenti che sentono di avere tra le mani qualcosa che davvero ha delle potenzialità. Sappiamo anche di un recente abile escamotage con video via social a volto coperto che ha avuto un discreto successo presso un Suo collega [allora funziona davvero l’anonimato?]. Sappiamo dei consulenti che con efficienza La supportano e che la quantità non giova mai quando nel Suo caso la ricercatezza è un valore [non abbia timore di apparire snob]. Non abbiamo l’autorevolezza di suggerirLe alcunché, non sappiamo quanto il mercato librario possa rispondere a delle nostre proposte, ma proprio per questo non Le stiamo avanzando suggerimenti semmai Le stiamo rivolgendo un appello perché possa prendere in considerazione l’idea di pubblicare un libro.
Non è un nostro libro, non la meriteremmo, ma un libro che ci sembra naturale pubblicasse Lei. Conosce già l’autore principale. Lo conosce perché ha già dato alle stampe con buoni esiti un suo libro e anche, con grandissimo successo, quelli di un suo discepolo noto come Bruce Chatwin. Il libro che le stiamo offrendo, pubblicato a Londra da Macmillan & Co. Ltd. nel 1935, è scritto da Richard Waughburton e si intitola Innocence and Design. Non ha presente chi sia? Non tema di scoprirsi ignorante, dietro questo nome di fantasia che omaggia, oltre al viaggiatore Richard Halliburton, soprattutto Evelyn Waugh [parlavamo di snob prima?] che certo lei conosce avendolo pubblicato, si nascondono Robert Byron ed il suo amico Christopher Sykes. Già due anni prima che pubblicasse The Road to Oxiana, uscito infatti sempre per Macmillan nel 1937, Byron ed il suo compagno di viaggio Sykes scrissero questo romanzo satirico sotto forma di un vero viaggio per quelle stesse terre: la strana terra della Media, che altro non era che l’Iran.

Possiamo già sentire il Suo scetticismo: se non è mai stato ripubblicato dopo la prima edizione, già quella poco venduta, restando solo un volumetto ormai di lusso per pochi collezionisti, forse un motivo ci sarà; era probabilmente una brutta copia del capolavoro di due anni dopo; non ogni cosa che esce dalla stessa penna merita pari attenzione, ecc. Le Sue sono tutte osservazioni ragionevoli [anche Evelyn Waugh lo battezzò come illeggibile] ed infatti non abbiamo la pretesa di essere ragionevoli con questa proposta. Ci siamo lanciati in un appello appassionato da semplici lettori.
E, da ultimo, se abbiamo avuto l’ardire di essere pretenziosi è solo perché ci è capitato di leggere [viva la modestia!] passaggi da un epistolario di un certo Cesare Pavese che scriveva al Suo collega Einaudi con piglio piuttosto battagliero. Male che vada avremo fatto un buco nell’acqua ma se, e sottolineiamo “se”, un giorno quest’idea potesse davvero essere presa in considerazione toglieremo momentaneamente anche noi la maschera per brindare.

P.S. Nessuno nella casa editrice mai citata probabilmente leggerà quanto scritto sopra ma, chissà se il gioco funzionerà.



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