1. Camminando tra le macerie di Berlino

Nel 1987 esce Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, un film col quale il regista vuol dar forma, aiutato dal ‘canto’ di Peter Handke, ad una meditazione sulla sua Germania non ancora riunita cogliendone la profondità non con l’analisi razionale ma ricorrendo ad punto di vista altro: quello degli angeli. Wenders si richiama una tradizione artistica, oltre che religiosa, antica. Egli dichiara di aver attinto da fonti diverse come Rilke, Klee e necessariamente l’angelo che stregò Walter Benjamin, quell’angelo della storia che viene rapito in alto tenendo lo sguardo all’indietro sull’accumulo di macerie in progressivo accumulo [ne abbiamo parlato]. Il cielo, racconta Wenders, era la cosa che univa una città divisa dove due popoli dalla stessa lingua vivevano separati. Il Muro era prossimo alla caduta, reggerà ancora per due anni. E la nuova Berlino avrebbe poi iniziato rapidamente a cercare di suturare la frattura per tornare ad affermare la sua posizione di preminenza in Europa. Il vecchio cantore, interpretato da Curt Bois, quell’anziano smagrito che conosciamo all’inizio seduto ai tavoli della moderna biblioteca progettata a Berlino Ovest da Hans Scharoun mentre si domanda: «Che cosa c’è nella pace che alla lunga non entusiasma e che non si presta al racconto?», vaga per la città cercando Potsdamer Platz, un tempo piazza vitale, come nuovamente oggi, ma in anni passati desolata terra di nessuno. Riunificata la città, rinconciliato, anche se mai del tutto, l’est e l’ovest, quel luogo è stato simbolicamente uno dei maggiori interventi di rilancio dell’identità della capitale. A poca distanza da lì in anni successivi le autorità cittadine e nazionali ritennero necessario realizzare un altro segno a memoria di una ferita ancora più profonda nella storia della Germania con la quale necessariamente confrontarsi da paese nuovamente unito: il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa (Denkmal für die ermodeten Juden Europas) dell’architetto ebreo americano Peter Eisenman. Una grande distesa di grigi blocchi di cemento, dei sepolcri, delle stele. Un contromonumento, come teorizza lo storico coinvolto nel processo concorsuale James E. Young, un modello di rappresentazione della memoria che diffida dal monumento posto dall’alto dall’autorità, bensì aperto alla significazione dal basso.

Questo saggio non descriverà questo monumento ma lo percorrerà non con gli occhi in alto nella ricerca dello sguardo di un angelo ma con gli occhi a terra con la compagnia dello scrittore Elias Canetti, deceduto nel 1994, l’anno in cui per la prima volta venne indetto un concorso per la realizzazione di un monumento commemorativo delle vittime della Shoah, inaugurato solo nel 2005, un secolo dopo la nascita di Canetti. Lo scrittore d’origine bulgara sarà un nostro compagno di viaggio. Con lui possiamo leggere questo luogo, interpretarlo creativamente come un testo e attraversare l’Europa del XX secolo. Con lui avvicineremo soprattutto la drammatica linea di contatto tra la cultura mitteleuropea e la cultura ebraica, quel dialogo che si è fatto scontro fino al punto che, per riprendere delle categorie del pensiero classico di cui la Germania si è imbevuta, è apparso al centro di Berlino uno strano cimitero ebraico, la riparazione, la Nemesis seguita alla Hybris nazista, la tracotanza sfidante le leggi naturali.

[Nota per il lettore: la rivista è nata con l’intento di leggere i luoghi seguendo l’indole del suo ispiratore Robert Byron, guardandoli cioè nel loro apparire fisico e architettonico indugiando in meditazioni storiche e letterarie. Innamorato del mondo greco bizantino Byron, da snob, si permetteva di apostrofare come vecchie pietre e colonne rotte le antichità con cui Atene attirava il mondo di “ignoranti” americani disposti a spendere ogni cifra per accaparrarsele. Opponendosi a questi percorrendo i sentieri di Monte Athos fantasticava (era un dilettante e spesso faceva confusione) sull’indole mistica di un mondo che aveva ricostruito con Santa Sofia il paradiso al contrario dell’occidente che con il gotico rampante lo indicava sfuggente per raggiungerlo. Qui sopra abbiamo tentato un percorso affine. Il testo è un possibile incipit di un percorso molto più lungo che non pubblicheremo su queste pagine ma che potremo condividere con i pochi che vorranno. Scriveteci se volete su byron.rivista@gmail.com]

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